THE END OF THE BEGINNING

Press release: The Nobel Prize in Chemistry 2020

English
English (pdf)
Swedish
Swedish (pdf)
Logo

7 October 2020

The Royal Swedish Academy of Sciences has decided to award the Nobel Prize in Chemistry 2020 to

Emmanuelle Charpentier
Max Planck Unit for the Science of Pathogens, Berlin, Germany

Jennifer A. Doudna
University of California, Berkeley, USA

“for the development of a method for genome editing”

Genetic scissors: a tool for rewriting the code of life

Emmanuelle Charpentier and Jennifer A. Doudna have discovered one of gene technology’s sharpest tools: the CRISPR/Cas9 genetic scissors. Using these, researchers can change the DNA of animals, plants and microorganisms with extremely high precision. This technology has had a revolutionary impact on the life sciences, is contributing to new cancer therapies and may make the dream of curing inherited diseases come true.

Researchers need to modify genes in cells if they are to find out about life’s inner workings. This used to be time-consuming, difficult and sometimes impossible work. Using the CRISPR/Cas9 genetic scissors, it is now possible to change the code of life over the course of a few weeks.

“There is enormous power in this genetic tool, which affects us all. It has not only revolutionised basic science, but also resulted in innovative crops and will lead to ground-breaking new medical treatments,” says Claes Gustafsson, chair of the Nobel Committee for Chemistry.

As so often in science, the discovery of these genetic scissors was unexpected. During Emmanuelle Charpentier’s studies of Streptococcus pyogenes, one of the bacteria that cause the most harm to humanity, she discovered a previously unknown molecule, tracrRNA. Her work showed that tracrRNA is part of bacteria’s ancient immune system, CRISPR/Cas, that disarms viruses by cleaving their DNA.

Charpentier published her discovery in 2011. The same year, she initiated a collaboration with Jennifer Doudna, an experienced biochemist with vast knowledge of RNA. Together, they succeeded in recreating the bacteria’s genetic scissors in a test tube and simplifying the scissors’ molecular components so they were easier to use.

In an epoch-making experiment, they then reprogrammed the genetic scissors. In their natural form, the scissors recognise DNA from viruses, but Charpentier and Doudna proved that they could be controlled so that they can cut any DNA molecule at a predetermined site. Where the DNA is cut it is then easy to rewrite the code of life.

Since Charpentier and Doudna discovered the CRISPR/Cas9 genetic scissors in 2012 their use has exploded. This tool has contributed to many important discoveries in basic research, and plant researchers have been able to develop crops that withstand mould, pests and drought. In medicine, clinical trials of new cancer therapies are underway, and the dream of being able to cure inherited diseases is about to come true. These genetic scissors have taken the life sciences into a new epoch and, in many ways, are bringing the greatest benefit to humankind.

Illustrations

The illustrations are free to use for non-commercial purposes. Attribute ”© Johan Jarnestad/The Royal Swedish Academy of Sciences”

Illustration: Using the genetic scissors (pdf)
Illustration: Streptococcus’ natural immune system against viruses:CRISPR/Cas9 pdf)
Illustration: CRISPR/Cas9 genetic scissors (pdf)

Read more about this year’s prize

Popular information: Genetic scissors: a tool for rewriting the code of life (pdf)
Scientific Background: A tool for genome editing (pdf)

Emmanuelle Charpentier, born 1968 in Juvisy-sur-Orge, France. Ph.D. 1995 from Institut Pasteur, Paris, France. Director of the Max Planck Unit for the Science of Pathogens, Berlin, Germany.

Jennifer A. Doudna, born 1964 in Washington, D.C, USA. Ph.D. 1989 from Harvard Medical School, Boston, USA. Professor at the University of California, Berkeley, USA and Investigator, Howard Hughes Medical Institute.

Prize amount: 10 million Swedish kronor, to be shared equally between the Laureates.
Further information: www.kva.se and www.nobelprize.org
Press contact: Eva Nevelius, Press Secretary, +46 70 878 67 63, eva.nevelius@kva.se
Expert: Claes Gustafsson, +46 70 858 95 21, claes.gustafsson@medkem.gu.se, Chair of the Nobel Committe for Chemistry


The Royal Swedish Academy of Sciences, founded in 1739, is an independent organisation whose overall objective is to promote the sciences and strengthen their influence in society. The Academy takes special responsibility for the natural sciences and mathematics, but endeavours to promote the exchange of ideas between various disciplines.

“The end of the beginning” è l’aforisma che meglio si adatta alla scoperta epocale in questione:finisce l’era della intangibilità del codice genetico, inizia la dinamica di intervento umano sul genoma stesso.Come per tutte le grandi svolte scientifiche il solito dilemma :è un bene o un male?

Questo mi ha chiesto mio figlia di 9 anni sentendomi commentare il bel documentario dedicato da RAI2 al metodo CRISPR/CAS9.La mia risposta è stata necessariamente generica ma vera:se lo userà uno scienziato buono sarà una cosa buona ,se lo userà uno scienziato cattivo sarà una cosa cattiva.E lei sembra aver accettato questa semplificazione.

Le ho raccontato la storia di L. figlio di un nostro amico colpito da una terribile ,rara malattia genetica.Esempio di tragedia e coraggio, impegno scientifico e disperazione, portato alla pubertà dalla forza caparbia della famiglia e di una ricercatrice visionaria che con un concime chimico per rose importato per molti mesi illegalmente dalla Cina gli ha permesso di sopravvivere sino alla svolta epocale.Oggi L. può sperare in una correzione del DNA, la stessa di cui 15 anni fa affabulavo con il padre. Entrambi in verità privi di ogni speranza.

Per noi quindi oggi è uno dei giorni più’ belli della storia.

Spero di non ritrovarmi tra 15 anni, con L. ormai adulto e sano, a dissertare di un commercio illegale di bambini procreati con manipolazioni genetiche volte a soddisfare le ambizioni dei genitori o degli stati.

Oggi che siamo felici imponiamo subito un tabù planetario:non sarà concesso a nessuno, mai,per nessun motivo manipolare il DNA della linea germinale.Potremo lavorare sul corredo genetico delle cellule somatiche ma non su quello gametico sì da non trasmettere eventuali correzioni alla discendenza.

Nel 2019 due ricercatori Cinesi hanno annunciato di aver applicato con successo il nuovo metodo di editing CRISPR / CAS9 ad embrioni umani…..due gemelli…..

SARS-COV2 perché è difficile fornire risposte precise

Ricevo e volentieri pubblico,su gentile autorizzazione dell’interessato,questa bella sintesi dell’amico Giorgio Tulli,caposcuola dell’anestesia e rianimazione fiorentina,membro appassionato dell’ARS Regione Toscana,cultore delle problematiche inerenti le infezioni ospedaliere e la sepsi.

Grazie Giorgio Firenze 10 Aprile 2020

“anche stasera un momento di riflessione con voi, un pò con l’idea di tenervi compagnia , un pò per sentirmi io con voi .

La riflessione è che:  La pandemia ci ricorda perché gli scienziati e gli esperti non possono rispondere a tutte le domande

La pandemia e le crisi sanitarie forniscono straordinari opportunità per la rapida generazione di informazioni scientifiche affidabili ma anche per disinformazione, soprattutto nelle fasi iniziali, che può contribuire all’isteria pubblica. Il modo migliore per combattere la disinformazione è con dati affidabili prodotti da chi fa ricerca in Sanità. Sebbene impegnativa, la ricerca può aver luogo  durante le pandemie e le  crisi sanitarie ed è facilitata da una pianificazione anticipata, dal sostegno  governativo, da altre opportunità di finanziamento mirate e collaborazione con i partner del settore. La risposta della ricerca sulla malattia da coronavirus 2019 ha messo in luce sia i pericoli della disinformazione, sia i benefici e le possibilità di eseguire ricerche rigorose anche in tempi difficili.

Michel Foucault , nei suoi ultimi anni di vita , era ossessionato  da quello che definiva il trionfo del “potere medico”  e dalla “medicalizzazione”  generalizzata della società . Quasi 40 anni dopo con l’infezione da COVID 19 e con la sua complicazione settica SARS-COV2 ci siamo . Per medicalizzazione Foucault intendeva innanzitutto la fede quasi religiosa nella parola del terapeuta ed il medico che si sostituiva all’uomo di governo nel ruolo di buon pastore che guida la società . Ed ecco che le Istituzioni Scientifiche parlano , danno consigli , indicano percorsi diagnostici e terapeutici , ogni giorno e con sempre maggiore forza affiancano la Politica quasi a voler costruire una fede religiosa nei terapeuti. 

Ma perché dovremmo credere alle istituzioni scientifiche che ci hanno detto , per esempio, che la “mascherina”  serviva solo per gli infetti ed oggi sembrano tornare sui loro passi dicendo che serve a tutti ? Come facciamo a sapere se quello che ci dicono oggi  che gli animali domestici non sono un pericolo non sia falso domani? Se la comunità scientifica si è all’inizio divisa tra chi diceva che il pericolo non era superiore a quello di una influenza e chi annunciava l’arrivo di una pericolosa pandemia, che utilità ha starla ad ascoltare quando si delineano  ulteriori divisioni? Se in Giappone un gruppo di  scienziati ha valutato di iniziare la prova clinica dell’anti-influenzale Avigan, perché in altri paesi come la Corea del Sud invece si è giudicato che fosse inutile  ed in Italia ci si divide tra chi non vuole iniziare un trial clinico  sullo stimolo di un video su YouTube e chi invece non capisce perché dovremmo privarci di un’altra  opzione terapeutica?  Il virus rimane  a lungo in aria , infettando gli ignari passanti oppure no? 

Tutti noi , ricercatori compresi, ci aspettiamo che la ricerca scientifica dia delle risposte univoche, rapide e precise a tutte queste domande. Ci aspettiamo di avere risposte nette e di non vedere se non sporadiche divisioni tra i ricercatori, preferibilmente solo su dettagli tecnici , non su questioni di vitale importanza.  Ma non funziona così . Chi in tempi come questi cerca risposte rapide e nette tende ad affidarsi proprio a quelli che danno risposte senza fondamento , non importa se abbiano una laurea in una disciplina scientifica o no. E non perché la scienza non sia mai in grado di fornire  certezze immutabili , la grossolana ed inadatta spiegazione che gli “oppositori della scienza”  forniscono  a questo fatto. In realtà , il punto sta nell’essenza stessa della ricerca scientifica : solo i dati raccolti ed analizzati con un METODO RIGOROSO possono fornire risposte , e solo la replicazione multipla di un risultato da parte di più gruppi indipendenti dà un minimo di garanzia che non si stiano cacciando farfalle . La rilettura di Galileo magari attraverso le parole di Bertolt  Brecht ci può essere utile in queste lunghe ore di lock-down. Nella attuale emergenza , siamo nella fase di raccolta di in numero elevatissimo di osservazioni  e dati su una nuova minaccia alla salute dell’uomo. Ma lo dovevamo essere anche ieri quando non volevamo raccogliere dati , o ci era impedito, sulle infezioni da batteri multi resistenti agli antibiotici, sulle infezioni correlate all’assistenza, sulla sepsi e lo shock settico, altrettanti gravi minacce alla salute dell’uomo.  Ma prima che si possa rispondere alle domande che ci siamo posti ed ancora a tante altre , bisogna che si faccia pulizia di tutto ciò che ci può fuorviare, delle osservazioni condotte in presenza di troppi  bias , di quelle ottenute su campioni troppo piccoli e di quelle influenzate da fretta e metodi sbagliati. Questo naturalmente , richiede analisi in uno spazio di tempo incompatibile con le notizie dell’ultim’ora che ci martellano ad ogni ora del giorno e della notte: ecco perché proprio le novità che emergono portano a domande le quali, quando rivolte ad uno scienziato ottengono risposte il cui grado di affidabilità è più basso del solito  e che potranno cambiare rapidamente con l’accumularsi dei dati. Il che non vuol dire che non sappiamo già rispondere a moltissime domande sulla base di ciò che già è consolidato in epidemiologia: vuol dire che le risposte saranno inizialmente qualitative e via via sempre più affidabili nello spazio di questi mesi venturi , oltre a cambiare eventualmente di nuovo  perché l’iniziale base su cui poggiavano viene rovesciata da dati di maggiore qualità e consistenza. E’ necessario che tutti impariamo a convivere con una INCERTEZZA  inizialmente ampia e poi  gradualmente sempre più ristretta, senza preoccuparci  troppo se le indicazioni della comunità scientifica date nelle prime ore dell’epidemia dovessero cambiare . Il che naturalmente non significa che ogni affermazione di qualunque ricercatore va fornita dati alla mano, per pochi che siano, senza inventare ipotesi o teorie da dare in pasto al pubblico prima di avere l’evidenza necessaria per supportarle. Per questo ci deve sempre essere in ognuno di noi , impegnato a capire i fenomeni legati alla malattia , l’imperativo etico a lavorare perchè la CONOSCENZA emerga dal rumore di fondo , imperativo etico a non usare egoisticamente un fenomeno per il proprio successo e la propria immagine ma solo per studiare il fenomeno ,  per osservarlo nel dettaglio e nei suoi aspetti di incertezza , per tramutarlo in dati  buoni ed onesti e per questo utili a tutta la comunità scientifica. “

la paura dell’incertezza

Guerre, migrazioni, fine delle utopie. Si può vivere in una fine del mondo permanente? Un anno dopo la morte, ecco l’ultima lezione di Bauman

La fine del tempo, la fine del mondo, la fine dell’universo: un argomento certamente diverso dal solito per me che non sono un esperto del settore. Non pretenderò quindi di informarvi sullo stato attuale dell’arte, dell’astronomia e della cosmogonia, su ciò che gli scienziati pensano a proposito della fine del mondo. Dirò solo che le teorie scientifiche che si sentono mi hanno lasciato molto confuso, data la difficoltà di conciliare visioni molto diverse sul tappeto. […] Non che questo debba preoccuparci nell’immediato, intendiamoci, giacché è stato calcolato che l’universo vivrà almeno un’altra ventina di miliardi di anni e almeno io, che sono irrevocabilmente vecchio, non ho alcuna speranza di arrivarci. Ma torniamo alla domanda iniziale, al perché oggi siamo tutti così inquieti, perché si fanno così tante oscure premonizioni su cosa ci aspetta, tanto che a volte non riusciamo neppure a mettere bene a fuoco la questione in quanto fine del mondo, ma piuttosto come qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto e, pertanto, minaccioso. Perché viviamo questa condizione in questa fase della nostra storia? Questa è la domanda da porci. Suggerirei intanto di non avere paura. Anche quando ci divertiamo, andiamo ad una festa con i nostri amici, da qualche parte nel profondo avvertiamo ansia. Non ci sentiamo sicuri: sicuri di riuscire a controllare le nostre vite, sicuri di averne la capacita, i mezzi, l’abilità, le risorse, sicuri di poter vivere in un mondo in cui ciò sia possibile.

Insomma, non riusciamo a dare alle nostre vite la forma che vorremmo, siamo spaventati perché – mi permetto di suggerire – viviamo una condizione di costante incertezza. E cos’è l’incertezza? È la sensazione di non poter prevedere come sarà il mondo quando ci sveglieremo la mattina seguente, è la fragilità e l’instabilità del mondo. Il mondo ci coglie sempre di sorpresa […].

Mi viene da pensare alla Lisbona del 1755: […] dapprima ci fu un terremoto che devastò gran parte della città, dopo di che un incendio distrusse ciò che si era salvato.

L’evento suscitò grandi reazioni e fra gli intellettuali si cominciò a discutere su che senso avesse una tragedia del genere e come Dio potesse permettere una simile strage di innocenti. Alla testa della campagna filosofica si mise Voltaire che sentenziò: «Guardate: la natura è cieca, colpisce con la stessa imparzialità e la stessa indifferenza le persone buone e le persone cattive. Non fa selezioni, non punisce. Distribuisce a caso la sua furia. Se volete un mondo che sia in linea con l’etica umana e la ragione umana, dovete conquistare la natura». […] Oggi, a più di duecento anni di distanza, possiamo vedere come tutti gli sforzi per dominare la natura non abbiano avuto alcun effetto e quei pochi che l’hanno avuto erano in realtà mal concepiti e hanno lasciato traccia del loro operato in milioni di chilometri quadrati di terra sterile e desertica, milioni di vite umane perse, vite di coloro che prima coltivavano quella terra. Non ha funzionato. D’altra parte, altri pericoli – qualsiasi evento comporta degli inconvenienti –, altri disagi si andarono sommando a ciò che era successo. Credo sia stato Freud a riassumere il significato dell’impulso verso la civilizzazione: la pressione della civiltà a correggere e dare nuova forma alla società. […] Tutte le utopie per quanto diverse tra loro avevano una cosa in comune: erano collocate da qualche parte nel futuro. Non ancora esistenti, non ancora conosciute, non ancora esplorate, intuite solo da qualche navigatore solitario. Ma utopia e futuro avevano un significato molto simile. Io penso che stiamo perdendo la fiducia nel futuro. Non crediamo più che sia favorevole, che potrà risolvere i nostri problemi, e se gettate uno sguardo sul nostro mondo contemporaneo vedrete il diffondersi di tradizioni che guardano al passato. Chissà, forse alcune cose le abbiamo abbandonate prematuramente, erroneamente, stupidamente, forse dovremmo tornare a quegli stili di vita. Forse qualcuno fra voi pensa con nostalgia alla vita sotto Hitler, Stalin o qualsiasi altro dittatore del passato; ma non avete fatto esperienza di quello che è stato, perché non è possibile. Il passato è immaginario quanto il futuro. Non siete stati nel futuro e non lo conoscete, ma non siete stati nemmeno nel passato. Potete solo leggere libri sull’argomento, che però difficilmente possono restituire le sensazioni di una vita realmente vissuta nel passato.

Queste sono, a grandi linee, le cause dello stato di incertezza attuale. La fragilità della posizione sociale che ci siamo conquistati dopo una lunga vita di lavoro e che ci troviamo a proteggere, l’impossibilità di prevedere cosa accadrà domani, il sospetto che qualunque cosa porti con sé il futuro non sarà migliore di ciò che c’è oggi, ma forse sarà peggiore, il senso di impotenza. Che se anche conoscessimo tutti i segreti sul funzionamento delle cose, non avremmo le capacita né gli strumenti per impedire alle cose spiacevoli di accadere. […] Scienziati importanti, come ad esempio Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, hanno ricevuto il Nobel per aver scoperto che l’universo – non solo il nostro mondo e le cose che ci circondano più da vicino, ma l’intero universo – vive governato da contingenze, accidenti e coincidenze, insomma dal caso.

Non esistono regole. Nella storia del mondo si sono verificate cinque grandi catastrofi che ci hanno portato quasi all’estinzione, che sono andate molto vicine a rendere impossibile questo nostro essere qui ora, in questo edificio, a scambiarci idee. La più grande, durante il periodo permiano, spazzò via il 95% di tutte le creature viventi. Quindi è assolutamente corretto affermare che siamo qui per caso. I nostri progenitori si trovavano in quel minuscolo 5% di creature rimaste al mondo. Affidarsi alla coerenza dell’universo, alla sua stabilità o prevedibilità non è dunque possibile.

Qualsiasi cosa accada nell’universo, accade per caso, sicché la completa eliminazione dell’incertezza non credo sia possibile, ma credo anche che, entro i limiti a noi imposti dall’universo, ci sia ancora tanto da fare. Ad esempio, prevenire il collasso del sistema di credito o la fuga improvvisa di migranti da una delle guerre più sporche e disgustose mai avvenuta davanti ai nostri occhi.

Guerre prevedibili, guerre che possiamo fare in modo non scoppino. E mi permetto di suggerire che queste cose – le piccole cose che possiamo fare nei limiti delle nostre capacità – sono moltissime, tanto da poterci impegnare per l’intera nostra esistenza.

– (Traduzione di Valentina Pianezzi)

Il libro da cui anticipiamo il testo

L’ultima lezione di Zygmunt Bauman (Laterza, con un saggio di Wlodek Goldkorn)

contro la retorica dell’eccellenza

Ho condiviso questo testo ,con il quale concordo pienamente, dal blog di A.Zhok Antropologia filosofica.Contiene una riflessione importante sulla parola chiave del sottotitolo del mio blog surgeryindeed “innovating strategies toward excellence”.Anche io credo che l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenti forse un valido slogan dinamico e giovanilistico,buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici.E’ il motivo per cui ho scelto questa frase.Ma anche io concordo sulla sfumatura retorica ed autoreferenziale della parola eccellenza, concordo sulla evidenza che nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze quanto piuttosto su una maggioranza di persone che fanno bene il loro lavoro.E non voglio entrare qui nella evidenza tutta italiana in cui la massima perversione corruttiva si raggiunge nel definire eccellenza la piu’ bassa mediocrità .Le nostre apicalità sono quasi tutte così.Cio’ nonostante nella pratica chirurgica ,quotidianamente a contatto con il rischio e la metodicità,l’aspirazione al nuovo ,alla nicchia tecnologica, al risultato ineccepibile e mininvasivo costituisce un motore importante per la crescita.Forse la vera parola chiave del mio motto potrebbe quindi essere”toward” piuttosto che “excellence”.Buona lettura.

Luca Felicioni 16 gennaio 2018

Sono oramai diversi anni che in Italia la parola “eccellenza” ha acquisito un’aura particolare, salvifica, quasi escatologica. Ogni uomo politico che conti – anche solo moderatamente – si sente in obbligo di invocare l’orizzonte dell’eccellenza come ciò che conferisce dignità ultima a qualsiasi attività, come modello da estendere ad ogni lavoro, produzione, istituzione.

Questo appello all’eccellenza non è rimasto questione semantica, ma si è tradotto in norme e indirizzi, con particolare riferimento a scuola e università ma estendendosi all’intera sfera del made in Italy (per definizione, naturalmente, un’eccellenza). Il riferimento ideale all’eccellenza si è così tradotto nell’idea che ogni attività lavorativa debba essere concepita un po’ come un campionato sportivo, dove è giusto che nutrano aspirazioni di dignità solo quelli che insidiano la vetta. Di contro, tutti i ‘non eccellenti’ devono solo prendersela con sé stessi se non ottengono riconoscimento. Le varie introduzioni di ‘bonus premiali’ ai docenti della scuola, di aumenti premiali ai docenti universitari, di finanziamenti premiali ai dipartimenti e alle università, o similmente le risorse premiali previste nella ‘riforma della pubblica amministrazione’, ecc. vanno tutte in questa direzione, dove normalità è assimilata a mediocrità, mentre dignità e onorabilità sono riservate alle ‘eccellenze’.

Il problema di questo modello non è che sia ‘meritocratico’ – e che dunque sia avversato da impaludati e retrogradi ‘antimeritocratici’. No. Il problema è che si tratta di un modello di società, e di azione collettiva, fallimentare.

Nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze, e per definizione le eccellenze non possono se non essere una minoranza. La nozione di eccellenza è infatti una nozione differenziale: si è ‘eccellenti’ in quanto si è virtuosamente fuori dall’ordinario. L’idea che, per veder riconosciuta la dignità di ciò che si fa, si debba appartenere al novero degli eccellenti è la ricetta per un sicuro naufragio, e lo è proprio sul piano incentivale. Infatti l’appello a questa ‘eccellenza di massa’ naufraga per tre ragioni fondamentali.

La prima è banalmente numerica: se conferisco riconoscimento pubblico (dignità, tutele, benefit) solo all’eccellenza (vera o presunta) creo il terreno per una frustrazione di massa, giacché la maggioranza per definizione verrà privata di riconoscimento. Qui non è solo in causa il fatto che la maggioranza non eccellerà per definizione, ma ancor di più il fatto che ciò non verrà accettato per natura. In un sondaggio sociologico di qualche anno fa emerse come il 94% degli intervistati ritenesse di essere, quanto alla qualità del proprio lavoro, al di sopra della media dei propri colleghi. A prescindere da chi si sia sbagliato e di quanto, appare chiaro che le autocandidature in buona fede all’eccellenza saranno sempre ampiamente eccedenti rispetto alle posizioni disponibili. Il meccanismo stesso non può non generare vaste aree di malcontento.

La seconda ragione è legata ai ruoli sociali, ed è più radicale. Per quanto recentemente ci si sia abituati a creare forme competitive e gerarchie piramidali per molti mestieri che una volta ne erano privi (si pensi ai cuochi di Master Chef), è chiaro che, per quanto ci si ingegni, la stragrande maggioranza delle attività che fanno andare avanti una società non si presterà mai a valutazioni competitive. Non c’è sensatamente posto per super-lattonieri, cassiere fuoriclasse, campionissimi dell’assistenza infermieristica, controllori iperbolici, assi della raccolta rifiuti, ecc. Prospettare una società in cui riconoscimento ed eccellenza vanno di pari passo significa prospettare una società dove la stragrande maggioranza delle occupazioni nasce con uno stigma di mediocrità e indegnità. (Curiosamente, gli stessi che propongono questa retorica dell’eccellenza li troviamo poi a chiedersi pensosi com’è che i giovani non siano più attratti da questo o quel mestiere.)

Lodare e premiare l’eccellenza può avere un’utile funzione sociale, fornendo modelli motivanti per la gioventù in formazione, ma non può mai essere sostitutivo del più fondamentale e importante dei modelli, quello dove si coltiva semplicemente la capacità di fare bene il proprio dovere. Per quanto ciò possa suonare conservatore e poco glamour, non c’è nessun sostituto prossimo ad un modello che nutra e alimenti la dignità del lavoro come orgoglio per aver svolto il proprio dovere, senza salti mortali ed effetti speciali. Solo l’idea di dare un contributo a quell’impresa non banale che è il buon funzionamento di una società può sostenere nel tempo uno stato, una comunità, una civiltà. Uno sguardo storico all’Ethos civile delle civiltà storiche più forti e longeve (da Roma antica all’Impero Britannico) può mostrare bene come, accanto all’elogio di individualità e virtù eminenti, fosse cruciale la coltivazione dell’orgoglio di essere semplicemente parte di quell’azione collettiva, di quella forma di vita.

L’unica forma di ‘meritocrazia’ davvero indispensabile consiste nell’essere in grado di stigmatizzare efficacemente ed eventualmente punire i ‘free riders’, gli opportunisti neghittosi che, all’ombra del contributo dei più, si scavano nicchie di nullafacenza. Un sistema deve cioè essere sempre in grado di eliminare, per così dire, la ‘morchia sul fondo del barile’, in quanto per valorizzare chi fa il proprio dovere deve stigmatizzare chi ad esso si sottrae intenzionalmente.

Ciò ci porta alla terza e ultima ragione della nequizia di una retorica dell’eccellenza.

Mentre riconoscere le componenti subottimali di un sistema, come i free riders, è compito relativamente facile, riconoscere l’eccellenza è un compito estremamente arduo e mai sistematizzabile in modo efficiente. L’eccellenza, per natura, è ciò che è fuori dall’ordinario in quanto presenta caratteristiche supplementari ed eccedenti rispetto alla norma. Per questa ragione l’eccellenza fatica sempre ad essere riconosciuta come tale dalla norma. D’altro canto, solo la norma (la medietà) può formare il giudizio che in ultima istanza riconoscerà l’eccellenza. Il ‘genio incompreso’ è quasi un cliché storico, ma è un cliché fondato su infiniti esempi e su un meccanismo pressoché fatale. Ogni autentica eccellenza in quasi qualunque campo verrà sempre riconosciuta con difficoltà proprio per i suoi tratti fuori dal comune. Un sistema che si vanta di conferire riconoscimento alle sole eccellenze finisce tipicamente per diventare invece un sistema che premia solo i più conformisti e ambiziosi tra i mediocri. Una volta di più ad emergere in primo piano è un modello che, lungi dal fornire incentivi all’azione sociale, genera risentimento.

Concludendo, l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenterà forse un valido slogan, dinamico, giovanilistico, buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici, ma è di fatto un modello valoriale puramente retorico, vuoto e seriamente controproducente.

A.Zhok Antropologia filosofica 2018

credulità

Hieronymus Bosch "il ciarlatano"

Hieronymus Bosch “il ciarlatano”

CREDULITA’ Così veniamo consolati dai tanti ciarlatani della rete

Marino Niola La Repubblica 20 Luglio 2016

Creduloni onniscienti e complottardi diffidenti. È il paradosso della civiltà dell’informazione. Sappiamo sempre di più ma capiamo sempre di meno. E la realtà ci sfugge da ogni parte per eccesso di particolari. Inondati da immagini, notizie, informazioni, agenzie, newsletter, forum, chat, blog, pop up, che il web sversa su di noi come un fiume inarrestabile. Un download debordante che impalla il nostro processore critico. E così, incapaci di selezionare e valutare,

ci beviamo tutto quel che viene portato dalle correnti di internet. Il risultato è che l’aumento delle conoscenze e i progressi tecnologici invece che potenziare le difese della ragione provocano un ritorno massiccio di voci incontrollate, credenze infondate, verità millantate. E ciarlatanerie spudorate.
Di conseguenza, l’abuso della credulità popolare, che sembrava roba d’altri tempi, da società prescolare, ormai superato dal progresso delle conoscenze, sta ridiventando un fenomeno tristemente attuale. Col favore del web, che pullula di falsi scienziati e di autentici lestofanti. Guaritori, venditori, imbonitori, persuasori, arruffapopolo, contafrottole, predicatori, mental trainer, somatopsicologi, rabdomanti digitali e altri spacciatori di bufale che assomigliano tanto ai ciurmatori che imperversavano nella società preilluminista. Quelli che vendevano nelle pubbliche piazze i loro specifici, ovvero preparati miracolosi in grado di fermare il tempo, vincere le malattie, ridare vigore all’eros, far diventare ricchi. Come il dottor Dulcamara, protagonista dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, che vanta i portenti infiniti del suo specifico «simpatico, prolifico, che muove i paralitici, spedisce gli apoplettici, gli asmatici, gli asfittici, gli isterici, i diabetici».
Addirittura a fine Cinquecento si pubblicavano trattati per mettere in guardia le persone dai finti dottori. Li chiamavano con disprezzo “catedratici di nuove scienze”. Il celebre medico romano Scipione Mercuri scrive in quegli anni un libro intitolato De gli errori popolari d’Italia, in cui dedica un intero capitolo agli imbrogli «che si commettono contro gli ammalati in piazza». Perché era proprio nel luogo pubblico per eccellenza che gli acchiappagonzi mietevano vittime fra ingenui e babbei. E il suo contemporaneo Tommaso Garzoni, nel suo capolavoro La piazza universale, censisce 544 mestieri nel mondo, di cui una buona parte ha a che fare con truffe e raggiri.
Oggi la piazza universale si è delocalizzata in internet. Dove i ciarlatani, fatti fuori dalla cultura moderna, quella della scuola, della scienza e delle università, si prendono la rivincita e viralizzano il web. Perché, se è vero, come dice Edgar Morin, che la rete promuove una nuova coscienza planetaria, è anche vero che almeno per ora la quantità d’informazione disponibile online è inversamente proporzionale alla qualità. E rischia di generare un nichilismo culturale che rende difficile distinguere il vero dal falso.
Come ha mostrato il sociologo francese Gérald Bronner, la nostra sta diventando la democrazia della credulità. Perché dove la gerarchia dei saperi frana e il principio di autorevolezza si polverizza, spopolano le spiegazioni semplici e soprattutto monocausali di una realtà che è invece sempre più complessa e sfaccettata come quella contemporanea. Soluzioni consolatorie che ci danno la sensazione rassicurante di capirci qualcosa, di saperla lunga, di non farci infinocchiare dalle versioni ufficiali dei fatti. Che si tratti di Ogm, vaccini, sicurezza alimentare, biologico, coloranti, pesticidi, il minimo comune denominatore è una sindrome da complotto che provoca una sfiducia crescente verso tutte le autorità, scientifiche o politiche. Siamo sempre più bipolari. Per un verso malfidenti verso i vari esperti, ricercatori, professori, giornalisti o studiosi, e per l’altro pronti a prestar fede a tutte le voci che corrono in rete. Così il tessuto collettivo dell’attendibilità e della credibilità appare sempre più compromesso. Al punto che in Francia, dove la scienza è una fede e la ragione una religione, secondo uno studio recente, il 43% delle persone pensa che la ricerca comporti più rischi che benefici. E da un sondaggio Gallup di quest’anno emerge che la fiducia dei cittadini statunitensi nelle istituzioni è passata da un imponente 80% degli anni Sessanta a un allarmante 10% di ora.
Politica, religione, giornali, televisione, scuola, università, industria. Non si salva nessuno. Stanno peggio solo i rivenditori di auto usate. E cresce esponenzialmente il pregiudizio antiscientifico, soprattutto su temi che toccano tasti sensibili come la salute. Il caso più emblematico è quello dei vaccini che, dopo averci liberati da tanti mali, vengono additati come la causa di altrettanti mali. Una irragionevole demonizzazione che inizia nel 1998, quando viene, incautamente, pubblicato su
Lancet uno sciagurato articolo, rivelatosi poi fraudolento, dell’ex medico Andrew Wakefield, che sosteneva l’esistenza di una correlazione tra diffusione del vaccino trivalente Mmr e aumento dell’autismo. Era tutta una bufala. Ma nonostante le smentite del General Medical Council britannico e la sconfessione della stessa
Lancet, che ha ritirato lo scritto, le vaccinazioni sono crollate. In realtà pare che il vero scopo della pubblicazione fosse quello di lucrare su un vaccino alternativo brevettato dal novello Dulcamara. Oltretutto, la Court of Protection inglese ha accertato che la mamma di uno dei bambini autistici all’origine della vicenda ha mentito.
Ma l’ineffabile Wakefield è tornato di recente agli onori della cronaca con il documentario autocelebrativo «Vaccinati: dall’insabbiamento alla catastrofe», che ad aprile avrebbe dovuto inaugurare il Tribeca Film Festival di New York, diretto da Robert De Niro, comprensibilmente sensibile al tema in quanto padre di un ragazzo autistico. Ma la bufala è stata smascherata da un gruppo di scienziati e De Niro ha cancellato il film. Eppure il rischio vaccino per molti è diventato un dogma 2.0. Anche perché sono in tanti a pensare che dietro ci siano solo gli interessi delle case farmaceutiche. Così una mappazza di false evidenze e di pseudo conoscenze rischia di anabolizzare il web rendendo difficile distinguere tra verità e impostura. A tutti noi il compito di civilizzare la rete, facendola uscire dallo stato di natura digitale.

i simboli danno ordine al mondo ma sono falsi

GENNARO SASSO: “I simboli danno ordine al mondo ma sono falsi”
Il filosofo: “Sono pericolosi, producono violenza e fanatismo”

di ANTONIO GNOLI La repubblica 14 agosto 2015

Mi sentirei disorientato all’idea di vivere in un mondo senza simboli. So che non potrei fare a meno di quel vasto e squillante repertorio di frasi, di oggetti, di memorie che sono entrati – più o meno di diritto – nella nostra vita quotidiana. A volte la regolano, altre ancora la incatenano. Perciò, quando ho letto il nuovo libro di Gennaro Sasso, “Allegoria e Simbolo” (edito da Aragno), ho provato un senso di sgomento per la forza demolitoria con cui egli attraversa l’universo simbolico. Dello stesso autore mi era anche capitato tra le mani un denso libretto su Dante (“La lingua, la Bibbia, la Storia”, Viella editore) e, verrebbe da dire, chi più del poeta ha goduto di interpretazioni allegoriche?

Dunque da dove ha origine la palese ostilità verso queste due figure retoriche? E benché argomentata, ho pensato che non fosse poi così giusta la critica di Sasso. I poeti, ma anche i teologi, non disprezzano le allegorie. E, quanto a noi, viviamo immersi in un mondo simbolico. Non fu la nascita dell’homo symbolicus a cambiare il rapporto con il mondo e a farlo uscire dal caos nel quale versava? L’attuale crisi di questa figura – il suo evidente indebolimento antropologico – dovrebbe farci riflettere sulla sua esistenza. Meglio, sul suo futuro. Controbatte Sasso: “Il mio discorso non è tanto su come i simboli agiscono nel mondo e nella storia. Bensì sulla loro tenuta concettuale”.

Come definiresti allegoria e simbolo?
“L’allegoria è il risultato della combinazione di due parole. Di due significati. Una, quella che sta sopra, spiega quella che sta sotto. Un po’ come accade nella metafisica, per cui la parola più importante – Dio, l’Essere, la Sostanza, la Verità – giustifica e fonda quelle meno essenziali”.

Spiega le parole del nostro mondo. Le nostre opinioni. Una efficace allegoria, da questo punto di vista, è il Mito della caverna di Platone. O quando Dante con la parola “cielo” spiega la parola “scienza”.
“Allegoria e simbolo sono strutture relazionali. Cioè mettono in relazione parole o situazioni differenti”.

E questa pretesa relazionistica, tu dici, non ha alcuna giustificazione necessaria?
“Se la metafisica fallisce proprio in questa pretesa, perché dovrebbe riuscire all’allegoria o al simbolo? A me, lo ribadisco, non interessava vedere come il simbolo si dispiega nel mondo e nella storia bensì analizzare la sua contraddittorietà che si manifesta fin dall’origine”.

Spiegati meglio.
“Non vi è nessuna relazione necessaria tra l’idea che il simbolo esprime e la sua realizzazione pratica. La connessione tra i due momenti si risolve in un’alterità irrisolta. Per l’allegoria il discorso è un po’ diverso. La sua difficoltà è tutta filologica. Se la superi si può anche colmare la distanza tra i due momenti”.

Nell’allegoria è sufficiente perciò conoscere o ricostruire le intenzioni dell’autore?
“Fino a quando non si capisce cosa l’autore intendesse dire, la parola alta e bassa non si saldano. Comunque nell’allegoria si pone un problema ermeneutico. Più tragico è invece il destino del simbolo”.

Perché?
“Per il semplice motivo che il simbolo pretende di mettere in relazione un’idea astratta – per esempio la virtù, il coraggio, la bellezza – con il concreto, ossia con un ricettacolo finito, che a sua volta, grazie alla sollecitazione dell’idea, acquista valore universale”.

Il passaggio dall’idea alla cosa, sostieni, è una relazione fallita?
“Come può l’astratto trasformarsi in concreto?”

È universalmente comprensibile che il simbolo dell’astuzia è la volpe; così come il simbolo del coraggio è il leone.
“Come queste due cose possano stare assieme è inspiegabile”.

Eppure accade. La relazione, malgrado tutto, sussiste.
“Si tratta dell’enigmaticità di un incontro tra due momenti che non potrebbero mai relazionarsi”.

La nostra realtà è costruita sugli ordini simbolici. Senza di essi ci sarebbe disordine e smarrimento.
“Non lo nego. Ma ciò che a me interessava indagare era un altro aspetto che non considero affatto secondario: non lasciare intatta l’illusione che l’elaborazione simbolica sia un accesso al problema della verità”.

Verità e simbolo non stanno insieme?
“Non possono. Il simbolo condivide con la metafisica la medesima struttura concettuale. Entrambi hanno fallito sul piano veritativo”.

Diciamo che la metafisica ha fallito un po’ più del simbolo.
“Non c’è dubbio che il simbolo esprima una sintesi più pratica. Quando si vedono ergere, su alcuni cornicioni dei monumenti parigini, le vittorie alate, con quelle ridicole ali dorate, è chiaro il riferimento a un simbolo del potere. E tuttavia la vittoria – come concetto astratto – non ci sta dentro l’immagine dell’aquila”.

Ci sta e non ci sta. Se si provasse a ricostruire la storia di quell’immagine forse si capirebbe perché essa sia diventata il simbolo del potere.
“Per quanto si possa agire su questo piano – e mi viene in mente la grande ricerca che in tal senso seppe sviluppare Aby Warburg – resta l’enigmaticità del simbolo”.

Anche Marx se ne era reso conto quando parla del “geroglifico della merce” intendendo proprio l’enigmaticità dell’allegoria.
“Marx è un critico della società simbolica. Come lo è, per un altro verso, Lutero di quella religiosa. In Lutero l’istanza anti- allegorica è impressionante. La sua critica all’eucaristia è di una brutalità perfino sconcertante: la carne è carne, il sangue è sangue. Non si assumono dei simboli dal corpo di Cristo. È una disputa fortissima, perfino con i suoi”.

Che cosa nasconde questa tua opposizione alla realtà simbolica? Cos’è che non va al di là degli aspetti concettuali?
“La mia avversione, se così la si può chiamare, nasce dalla convinzione che i simboli producono violenza. Anche quelli più innocui o solidali possono scatenare fanatismi insospettabili. E ciò accade quando all’universalizzazione del simbolo attribuiamo un valore di verità assoluta”.

Penso che a tenere in piedi un simbolo sia la fede e un certo conformismo.
“Se posso dire: la cosa mi fa un certo orrore”.

Non è più interessante capire la loro efficacia?
“Quando parli di efficacia del simbolo è come se tu lo assumessi già tutto costituito. Ma questo non spiega perché i suoi termini stanno insieme. E l’impressione che ne ricavo è che nel simbolo si nasconda la morte. Pensaci. Ci sono due parti che non si toccano. E creano una zona neutra. Che cos’è? Che cos’è questa zona che si sottrae all’astratto e al determinato? Non è qualcosa che ha a che fare con la morte?”

Enzo Melandri tenne un ciclo di lezioni contro il simbolico (poi raccolte e pubblicate da Quodlibet). In quelle pagine sosteneva che è vero che il simbolo rimette in ordine il mondo, ma per riuscirci deve irrigidire la realtà, toglierle la vita.
“Melandri pensava che il simbolo era lo strumento che dava la morte, non che avesse in sé la morte. Immaginò di disincagliare il simbolo risalendo alle sue origini. Ma in quella vitalità originaria era già scritto il suo certificato di morte”.

I simboli ti creano disagio?
“Potrei darti una risposta psicologica: ho un carattere tendenzialmente anarchico, incapace, almeno in parte, di stringere relazioni, di entrare in gruppi e condividerne gli obiettivi. Sono diventato antifascista da solo, marciando sul Lungotevere, come un imbecille, vestito da Balilla. Fu allora che cominciai a odiare una certa simbolicità. Ma questo è un piano semplicemente personale”.

Odio e amore provano quanto i simboli ci coinvolgano.
“È vero. Con la precisazione che io non amo la loro forza irrazionale”.

il fascino dell’integralismo

Il fascino dell’integralismo islamico

Fuga dalla libertà, Recalcati sulle orme di Fromm

L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società preindividualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente. (Erich Fromm, Fuga dalla libertà, 1941)

Massimo Recalcati
Quei ragazzi terroristi in fuga dalla libertà
la Repubblica, 7 febbraio 2015

LA LIBERTÀ non è solo possibilità di espressione, alleggerimento della vita da vincoli oscurantisti, emancipazione dell’uomo dal suo stato di minorità, come Kant aveva classicamente definito l’illuminismo. La libertà è anche una esperienza di vertigine e di solitudine che comporta il rischio di vivere senza rifugi, senza garanzie ultime, senza certezze imperiture e fuori discussione. Lo stesso Nietzsche, che fu uno dei maggiori sostenitori della libertà del soggetto di fronte a ogni verità che pretende di porsi come assoluta, insisteva costantemente nel ricordare che la libertà suscita angoscia, spaesamento, che il navigare in mare aperto può generare una seduttiva nostalgia per la terra ferma. È in questa luce che la psicoanalisi ha interpretato la psicologia delle masse dei grandi sistemi totalitari del Novecento. Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) di Freud, Psicologia di massa del fascismo (1933) di Reich e Fuga dalla libertà ( 1941) di Fromm costituiscono una sorta di fondamentale trilogia sul fenomeno sociale del fanatismo di massa e dei suoi processi identificatori che hanno costituito il cemento psicologico di tutti i totalitarismi novecenteschi.
UNA tesi generale ritorna in questi tre testi: non è vero che gli esseri umani amano senza ambivalenze la loro libertà; essi preferiscono anche rinunciarvi in cambio della tutela autoritaria della loro vita. Se la libertà comporta sempre la possibilità della crisi, dell’incertezza, del dubbio, del disorientamento, è meglio fuggire da essa per ricercare in un Altro assoluto una certezza granitica e inamovibile sul senso della nostra presenza al mondo e del nostro destino.
Questo ritratto della psicologia delle masse sembra aver fatto — almeno in Occidente — il suo tempo. […] Al centro dell’Occidente non è più la dimensione tirannica della Causa ideale che mobilita alla guerra le masse, ma quella dell’individualismo esasperato, della rincorsa alla propria affermazione personale, dell’ipertrofia narcisistica dell’Io. Al cemento armato dei regimi totalitari si è via via sostituita una atomizzazione dei legami sociali causata dalla decadenza fatale della dimensione dell’Ideale rispetto a quella cinica del godimento. Il culto pragmatico del denaro ha sostituito il culto fanatico dell’Ideale. Il nichilismo occidentale non sorge più dalle adunate delle masse disposte a sacrificare la vita per il trionfo della Causa, ma dal capitalismo finanziario e dalla sua ricerca spasmodica di un profitto che vorrebbe prescindere totalmente dalla dimensione del lavoro. Il nichilismo contemporaneo non si manifesta più nella lotta senza quartiere contro un nemico ontologico, ma come effetto di una caduta radicale di ogni fede nei confronti dell’Ideale. E’ il passaggio epocale dalla paranoia alla perversione. Gli ultimi drammatici fatti che hanno investito la Francia e l’Europa comportano però un ulteriore cambio di scena. La critica che la cultura islamica più integralista muove all’Occidente è una critica che tocca un nostro nervo scoperto: il nichilismo occidentale non è più in grado di dare un senso alla vita e alla morte. Il dominio del discorso del capitalista ha infatti demolito ogni concezione solidaristica dell’esistenza lasciando orami evasa la domanda più essenziale: la nostra forma di vita collettiva è davvero l’unica forma di vita possibile? L’idolatria nichilistica per il denaro ha davvero reso impossibile ogni altra fede? La nostra libertà è riuscita veramente a rendere la vita più umana? Il fatto che l’Occidente non sia più in grado di ripensare consapevolmente le sue forme (alienate) di vita, ha spalancato la possibilità che la critica all’esistente abbia assunto le forme terribili di un ritorno regressivo all’ideologia totalitaria. È un insegnamento della psicoanalisi: quello che non viene elaborato simbolicamente ritorna nelle forme orribili e sanguinarie del reale. L’Islam radicale non è forse l’incarnazione feroce di questo ritorno? Il suo rifiuto dell’Occidente, fanatico e intollerante, non si iscrive proprio nello spazio lasciato aperto da una nostra profonda crisi dei valori condivisi? L’integralismo islamico costituisce il ritorno alla più feroce paranoia di fronte alla perversione montante che ha assunto il posto di comando in Occidente. Alla liquefazione dei valori si risponde con il loro irrigidimento manicheo. Mentre la perversione sfuma sino ad annullare i contrari, destituisce ogni senso della verità, confonde i buoni con i cattivi, mostra in modo disincantato che tutti gli esseri umani hanno un prezzo, la paranoia insiste nel mantenere rigidamente distinti il bene dal male, il buono dal cattivo, il giusto dall’ingiusto offrendo l’illusione di una protezione sicura dall’angoscia della libertà.
In due importanti libri dedicati all’Islam radicale ( La psicoanalisi alla prova dell’Islam, Neri Pozza 2002, Dichiarazione di non sottomissione, Poiesis 2013) lo psicoanalista francotunisino Fethi Beslam, professore di psicopatologia all’Università di Parigi-Diderot, ci ricorda come la sottomissione all’Altro salvi e distrugga nello stesso tempo. Essa offre l’illusione di un mondo senza incertezze, chiedendo però in cambio la rinuncia totale alla libertà. La potenza seduttiva dell’integralismo islamico consiste infatti nel proporsi come la sola interpretazione possibile dell’Origine, della voce di Dio, dell’unico Dio che esiste, del Dio “furioso” e giustiziere implacabile. Si tratta di una ideologia identitaria che comporta la sottomissione come unica possibilità di rapporto alla verità fondandosi sulla cancellazione dell’alterità di cui la rimozione della femminilità è l’espressione più forte ed emblematica. L’amore per la Legge sfocia così fanaticamente nell’auto-attribuzione del “diritto di vita e di morte su ogni cosa”. E’ la forma più terribile di blasfemia: uccidere, sterminare, terrorizzare nel nome di Dio. L’Occidente che ha dato prova di aver saputo superare la stagione delirante dei totalitarismi, non ha ora solo il compito di difendersi dal rischio del dilagare della violenza paranoica dell’Islam radicale, ma deve soprattutto provare a rifondare laicamente le ragioni della nostra cultura per evitare che il culto perverso di una libertà senza Legge sia solo l’altra faccia di quello paranoico di una Legge che annichilisce la libertà.

l’arte del dubbio

Articolo di Roberto Esposito “L’arte del dubbio” (Repubblica 22.2.15) 

“”In principio fu Socrate. Poi toccò a Sant’Agostino e ancora a Cartesio, alla modernità e a Kant. Eppure ci voleva l’era della confusione digitale e dell’overdose continua di informazioni per farci capire che solo l’assenza di certezze può aiutarci a restare liberi
NEL cercare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Le grandi guide del popolo, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio». A pronunciare tali parole non è un filosofo neoscettico, ma papa Francesco nella sua prima intervista a Civiltà Cattolica . In molti hanno visto in esse, più che una semplice apertura all’esigenza di rinnovare il linguaggio della Chiesa, la testimonianza del ruolo crescente che la dimensione del dubbio ha assunto nella nostra società. In questo senso il grande successo che sta riscontrando in Francia, anche a livello di partecipazione ai corsi universitari, la “zetetica” — come Henri Broch ha definito l’arte del dubbio nei confronti di settarismi, faziosità, dogmi ammantati di pretese scientifiche — non può sorprendere: viviamo immersi un un’epoca in cui ci arriva continuamente una massa enorme di informazioni. E così il controllo sulla autenticità, sulla buona fede, sulla correttezza o sulla logica interna di qualsiasi messaggio, dal tweet di un personaggio noto a un documento ufficiale di un’istituzione, diventa un’attività cruciale, un meccanismo di sopravvivenza: l’unico esercizio possibile per non restare impigliati nelle miriadi di reti della propaganda presenti su internet così come nei prodotti culturali più tradizionali, nella politica così come nelle discipline accademiche, nei video degli estremisti islamici così come nelle verità di regime di ogni luogo e tempo.
È chiaro che, in questo contesto, l’arte del dubbio cambia pelle. Da perno di sistemi di pensiero illuministi o liberal di vario spessore, diventa adesso quello che in fondo è sempre stata: un metodo di conoscenza, un approccio da applicare in maniera trasversale in qualsiasi campo della nostra vita. Una guida indispensabile in un mondo globalizzato, spezzettato, confuso eppure sempre a rischio di finire intrappolato nelle spire del pensiero unico di turno.
Per queste sue caratteristiche, il rilievo filosofico del dubbio naturalmente è antico — può essere fatto risalire alla classica formula socratica del “sapere di non sapere”. Teorizzato dal Pirrone già nel III secolo avanti Cristo, ha trovato una prima formulazione cristiana, condizionata alla verità divina, con sant’Agostino. Successivamente Descartes lo ha posto alla base della conoscenza: pur dubitando di tutto, non si potrà mai dubitare di essere, proprio perciò, un soggetto pensante. Se Pascal e Hume hanno diversamente sottoposto l’idea di certezza assoluta a una critica corrosiva, è stato Kant ad assumere a oggetto di dubbio la ragione stessa, individuandone possibilità e limiti. Tutta la discussione novecentesca sulla relazione indissolubile tra dubbio e certezza — sostenuta da Wittgenstein, ma anche, diversamente, da Popper, Kuhn, Lakatos — ha insistito sulla necessaria falsificabilità dei paradigmi scientifici.
D’altra parte se Kierkegaard scrive in Aut Aut che il dubbio appartiene al movimento interno del pensiero, nel suo Zibaldone Leopardi afferma che «piccolissimo è quello spirito che non è capace o è difficile al dubbio». Su questa linea di ragionamento, che desume la necessità di dubitare dal carattere finito e incompiuto del nostro sapere, Vladimir Jankélévitch, in Da qualche parte nell’incompiuto ( Einaudi, a cura di Enrica Lisciani Petrini), sostiene che, contro le false certezze, va tenuto fermo «il dubbio rispetto alle verità e a se stessi». E tuttavia fin qui non siamo ancora pervenuti al cuore del problema. Perché qualcosa che appartiene alla storia dell’intera tradizione filosofica torna oggi a interpellarci con particolare urgenza? Cosa rende la richiesta all’arte del dubbio così pressante?
Già alla fine degli anni Settanta un volume collettivo curato da Aldo Gargani, con il titolo Crisi della ragione ( Einaudi), monopolizzò il dibattito filosofico in concomitanza con il successo internazionale del libro sul postmoderno di Jean-François Lyotard (Feltrinelli). Ciò che in quegli anni pareva incrinarsi era un intero regime di senso che per un lungo periodo aveva costituito al contempo la struttura indubitabile del reale e un modello normativo di comportamento. A venire meno era il primato del passato sul presente — l’idea che tutto ciò che avveniva fosse predeterminato da quanto lo precedeva secondo un nesso diretto tra cause ed effetti. Quando invece ai codici razionali si accompagnano sempre elementi imprevedibili di tipo intuitivo, emotivo o pragmatico, spesso portati a configgere con essi.
Ma una scossa ancora più destabilizzante si è verificata negli ultimi anni, quando, con il nuovo disordine globale, tutti i riferimenti che fino a qualche tempo fa hanno guidato i nostri comportamenti sembrano essere venuti meno. Da qui nasce la spinta a una ricerca ininterrotta, capace di sfidare dogmi e luoghi comuni. Il termine stesso di zetetica rimanda al verbo greco che significa “cercare”. Alla sua base vi è un bisogno urgente di spirito critico, una diffidenza crescente rispetto alla continua manipolazione che media spregiudicati o asserviti, sondaggi con esiti preconfezionati, dispositivi di propaganda ci rovesciano quotidianamente addosso.
Gli attentati di Parigi, rivolti espressamente contro la libertà di pensiero e di scrittura, hanno rinforzato ulteriormente questa esigenza, come dimostra la pronta scalata delle opere di Voltaire nella zona alta delle classifiche di vendita. Già preparata dal successo di instancabili partigiani del dubbio come Montaigne e Diderot, il ritorno, non solo da parte dei francesi, a Voltaire rilancia la tradizione dei lumi contro l’accecamento prodotto dal fanatismo. Tale impulso zetetico, d’altra parte, si innesta in un orizzonte filosofico già orientato in direzione laica e libertaria. Esso rimanda a filoni culturali diversi, che hanno trovato un primo punto di aggregazione nel “New Atheism” americano — teorizzato da filosofi e saggisti come Richard Dawkins, Daniel Dennet, Sam Harris e Christopher Hitchens. Ciò che li collega in uno stesso punto di vista non è la polemica contro particolari religioni, ma contro qualsiasi tipo di presupposto dogmatico che vincoli la ricerca scientifica e anche i comportamenti pratici. Si tratta di una interpretazione radicale del darwinismo, che sottrae il fenomeno della vita al rimando a qualcosa che ne trascenda lo sviluppo specifico.
A questa corrente — che dall’America si è diffusa in Germania, in Francia, in Italia — si affiancano altri filoni libertari ispirati in vario modo alla tradizione illuministica. Il neo-materialismo individualista di Michel Onfray, autore di un discusso Trattato di ateologia ( tradotto in Italia da Fazi), è stato oggetto di un ampio dibattito e anche di forti critiche. Portando agli esiti estremi la dottrina della tolleranza che ha i suoi padri in Locke e nello stesso Voltaire, la sua prospettiva è caratterizzata da una critica preventiva di qualsiasi nozione che non sia passata al vaglio dell’analisi razionale. L’altra scuola di pensiero che, forse con maggiore consapevolezza teoretica, rompe con ogni forma di trascendenza è quella che guarda da un lato al pensiero di Spinoza e dall’altro alla genealogia di Nietzsche. Ciò spiega la forte ripresa di interesse per un autore come Gilles Deleuze, del quale DeriveApprodi ha appena edito il film-intervista, a cura di Claire Parnet, dal titolo Abecedario. Forse prevedendo la svolta in atto, Michel Foucault aveva una volta pronosticato «che un giorno il secolo sarà deleuziano». Prudentemente non aveva specificato di quale secolo parlava.

intelligenza emotiva:verso un nuovo modello di apprendimento

Prendo spunto dalla homepage ,che scrissi ormai qualche anno fa ,per una associazione di amici finalizzata ad un turismo “intelligente” in grado di trasmettere contenuti e tecniche.Goleman aveva già pubblicato da molti anni il suo testo rivoluzionario e le evidenze scientifiche relative all’esistenza di una reale” intelligenza emotiva”si stavano accumulando con forza.Oggi l’ultimo passo:dopo gli psicologi,le multinazionali,le grandi organizzazioni di management pubbliche ma soprattutto private,finalmente anche la scuola si è messa al passo.In molti stati USA da oggi l’educazione emotiva è divenuta materia obbligatoria d’insegnamento.E’il riconoscimento che mancava all’importanza del nostro cervello emotivo,alla costatazione che un apprendimento efficace passi attraverso la conoscenza ed il dominio delle proprie emozioni e che il successo premi chi riesce a stabilire un valido rapporto con il proprio io emozionale.

Ma proprio oggi che il cammino sembra concluso un dubbio mi assale:identificare le emozioni,esprimerle,valutarne l’intensità,aumentare la resistenza allo stress,conoscere la differenza tra emozioni ed azioni certamente aiuterà i nostri figli a controllare i propri stati d’animo e probabilmente permetterà loro di avere piu’ successo …..ma standardizzare e controllare le emozioni migliorerà veramente questo nostro mondo?E’auspicabile una “ortodossia emotiva”?

Mi ha colpito la recente osservazione di una attenta studiosa del sistema scolastico americano “il guaio del nostro sistema educativo è che non abitua alla libertà di pensiero,altro che controllare le emozioni:andrebbero scatenate”.Diane Ravitch.

www.bluepepper.com/home

……..”Il rationale della nostra strategia d’intervento si basa sulla cognizione ormai acquisita dalla neurobiologia della presenza in ognuno di noi di una mente emozionale ed una razionale quali facoltà semiindipendenti che riflettono il funzionamento di circuiti cerebrali distinti anche se interconnessi.Ne risulta che l’equilibrio individuale  è determinato dal peculiare coordinamento dei due sistemi.Costituisce evidenza scientifica che la mente emozionale risieda in strutture cerebrali primigenie (sistema libico ed amigdala)che codificano schemi di comportamento selezionati dalla nostra storia evolutiva in quanto specie umana.Tali schemi erano e sono tesi a salvare l’individuo in situazioni di rischio imminente con reazioni istantanee e necessariamente svincolate dal controllo razionale corticale.Questa base biologica ci espone a due ordini di problemi.Innanzi tutto abbiamo bisogno delle “emozioni” perché colorano la nostra vita ,in secondo luogo perchè ci aiutano in situazioni di pericolo anche se troppo spesso ci capita di affrontare dilemmi postmoderni con un repertorio emozionale adatto alle esigenze del Pleistocene.Ognuno di noi infatti ha sperimentato direttamente o indirettamente lo stato mentale in cui le passioni prendono il sopravvento “di necessità” travolgendo la mente razionale.Questi sono sicuramente i momenti piu’ delicati per la nostra incolumità psichica e fisica e sono dominati da schemi subcoscienti ancestrali custoditi nella nostra mente emozionale.Possiamo fidarci delle nostre reazioni quindi in stato di stress proprio quando tali antichi schemi si superficializzano?Quando la nostra mente emozionale è una valida guida e quando invece è controproducente?Cosa può fare la ragione se i nostri schemi di sicurezza in caso di grave minaccia sono a favore della nostra mente emozionale?Alcuni di noi inoltre sperimentano tale modalità rarissimamente se non mai,altri per ragioni lavorative o ambientali vi sono esposti quotidianamente.Esiste un training per modulare le  nostre risposte emotive allo stress?La constatazione che le ricchissime connessioni neurali dell’amigdala le permettano ,in caso di emergenza emozionale,di sequestrare gran parte degli altri centri cerebrali anche corticali e di imporre i propri comandi anche alla mente razionale può esporci ad eccessivi rischi o puo’ in alcuni casi aiutarci?Tutte problematiche affascinanti oggetto di studio intenso da parte di neurobiologi,psicologi esperti in psicotecnologie,esperti di gestione di risorse  umane.

 Il nostro fine in realtà è molto piu’ pragmatico e volto essenzialmente alla ottimizzazione delle relazioni tra i due livelli di intelligenza (razionale ed emozionale) sì da realizzare un livello di apprendimento veloce,piacevole ,ma soprattutto efficace.Sì perché sempre maggiori sono anche le evidenze scientifiche di una stretta correlazione tra emozioni ed apprendimento.

 Intendiamo muoverci quindi su due livelli:

 un livello conscio connesso con il piacere fisico e mentale.Il pepe come elemento di sapidità e stimolo a gustare.La possibilità di speziare la propria vita,anche se per un periodo limitato,approfondendo a livello di eccellenza attività fisiche e mentali fortemente gratificanti e fortemente accettate dal nostro lato razionale come belle ed utili(navigare a vela,esplorare i fondali marini,cavalcare,vivere la natura,perfezionare una lingua stranieria,approfondire le proprie cognizioni di archeologia o botanica,solo per fare alcuni esempi) in contesti ambientali eccezionali.

 Un secondo livello,subliminare,connesso con le potenzialità bleu.Il bleu inteso come colore della emozionalità,dell’anima,di ciò che è fluido,profondo,nota bleu del jazz,metaconscio.Questo è un livello piu’ segreto ma strategico.Nei giorni,occupandoci piacevolmente ed intensamente delle nostre attività formative  in ambiente “bleu”,piano piano perderemo i contatti con la realtà di tutti i giorni.Ci renderemo conto ,sempre come esempio,che la regolazione  fine di una andatura da match race in modalità “bleu”,o un corso linguistico specialistico d’inglese per regate o tedesco per business nella stessa modalità finiranno per scavalcare i contenuti stessi della singola attività formativa.Senza accorgercene deafferenteremo con il “piacere” di fare e capire in ambiente “bleu” le nostre consuete vie di integrazione accedendo direttamente al livello di interconnessione delle nostre due modalità di intelligere.Potremo così acquisire concetti,sensazioni,piccole armonie dimenticate o mai provate.Complici saranno ambienti e condizioni di studio insolite ed in qualche modo confinanti, quali la barca,il mare aperto,l’isola,la profondità,il buio,l’ipogeo,il casale isolato in cui abbiamo tutto ma lontano da tutto.Potranno forse anche emergere fugaci sensazioni di estraniazione ,di non conosciuto,di dissonanza,di “bleu” insomma secondo l’accezione anglosassone.Piccole destrutturazioni per riottimizzare e per poter apprendere in modo efficace e nuovo.

Teniamo a sottolineare che la costante ricerca di tali modalità bleu esula assolutamente da pratiche esoteriche o religiose,da manipolazioni psicologiche , training comportamentali o condizionamenti di qualsivoglia natura.Unici riferimenti metodologici sono la maieutica e l’estetica.

 Piu’ recentemente sentiamo sicuramente di poterci riferire a quegli Autori che individuano nell’apprendimento emotivo una piu’efficace modalità di apprendimento.Costoro infatti sostengono,proprio come noi, che  non si apprende solo dai contenuti ma anche da percezioni ed emozioni che proviamo magari inconsapevolmente e che utilizzare situazioni emozionalmente coinvolgenti risulti non solo un metodo utile per rendere piu’ piacevole e veloce l’apprendere ,ma soprattutto un processo indispensabile per generare apprendimenti efficaci(Rotondi 2002).

 In effetti il “viaggio” che proponiamo nella nostra homepage altro non è che una “strategia di apprendimento emotivo”(emotional learning strategy),ma vogliamo nuovamente sottolinearlo con forza ,unicamente finalizzato ad un apprendimento efficace.”…….

 Bibliografia

 De Kerckhove, D. (1996). Psicotecnologie da “La pelle della cultura”, Genova, Costa eNolan.

 De Kerckhove, D. (2002). Psicotecnologie: interfaccia del linguaggio, dei media e della mente in “Convegno di psicotecnologie”, Università di Palermo.

 Deplano, V. (2005). Gli orizzonti dell’e-learning, For 63 9-12.

 Ferro, A. (2002). Fattori di malattia, fattori di guarigione, Milano, Cortina.

 Goleman, D. (1995). Emotional intelligence, London, Bloomsbury.

 Reggiani, M. (2005). In difesa dell’intelligenza razionale, For 65 99-102.

 Rotondi, M. (2002). Apprendimento emotivo, For 52 55-62.

 Spaltro, E. (2002). Formazione ed emozioni, For 52 44-54.

 Varchetta, G. (2002). Investire in emozioni: radicalità e criticità, For 52 5-7.

 Varchetta, G. (2002). Le emozioni: un ritorno?, For 52 10-15.

 

L’editore 20 gennaio 2014

 

 

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

le libertà di pensare ed agire sono una illusione?

E’ singolare che un chirurgo abbia frequentato un intero corso annuale di psichiatria durante la propria formazione universitaria e ne ricordi distintamente i contenuti ed  il docente che lo teneva.Eravamo intorno alla metà degli anni ’80 ed il docente che si occupava allora intensamente di “drug addiction” era un emergente Vittorino Andreoli.Lucido e moderno.Da allora ho seguito la sua evoluzione culturale e mediatica.Il suo metodo mi ha sempre convinto.Oggi un suo breve ed incisivo intervento sulla stampa mi aiuta ad esemplificare i dubbi crescenti che tutti noi nutriamo riguardo ai concetti tradizionali di “libertà” ed ,aggiungo io, “razionalità”.Un ripensamento radicale sul “cogito ergo sum”che dà il nome a questa rubrica!

 

La libertà è un’illusione :i meccanismi con cui l’incoscio guasta i nostri progetti

di Vittorino Andreoli

Psicopatologia della vita quoti­diana di Freud viene pubblicato nel 1901, un anno dopo L’interpretazione dei sogni con cui si fa na­scere la psicoanalisi. Pur avendo avuto aggiunte fino al 1924, è dun­que una delle opere di base nella costruzione del pensiero e della tecnica psicoanalitica. Nonostante l’«età» sono molti i punti utili alla modernità, e ciò che mi pare anco­ra rivoluzionario è quanto Freud ci dice sulla libertà.

Come si pone il legame tra que­sta aspirazione e l’inconscio? Ri­mane, nonostante le diverse modulazioni, la certezza di una parte inconscia dentro I’lo, una compo­nente della struttura di personali­tà di cui non abbiamo consapevo­lezza e che tuttavia agisce e condi­ziona il nostro comportamento.

Se dunque è possibile scegliere un’azione e fortemente volerla, ciò non impedisce all’inconscio di entrare nei nostri progetti e desi­deri fino a renderne impossibile la realizzazione oppure a compierli in un modo diverso da come avremmo voluto: il divario tra es­sere e voler essere. Pertanto la li­bertà come possibilità di scelte qualsiasi è illusoria. E sul piano pratico si scontra sempre con limiti e blocchi che noi stessi incon­sciamente poniamo alla realizza­zione di quelle scelte.

Verrebbe da dire che la libertà ri­mane un’idealizzazione rispetto a condizioni esistenziali che invece ci tengono dentro un percorso che non è mai scelto, ma almeno in parte imposto. E la libertà rimane un’illusione. Freud non elabo­ra queste considerazioni sulla ba­se di una teoria, di un sapere dun­que astratto, ma le svela attraver­so le piccole cose, quei fatti che riempiono la quotidianità: gli atti mancati,gli automatismi comportamentali, i lapsus, le amnesie. So­no certo di aver chiuso la porta, ma la controllo ancora tre volte.

L’inconscio insomma si intro­mette silenziosamente e misterio­samente per impedire di compie­re gesti o azioni che potrebbero ri­portare ad esperienze traumatiche e dunque dolorose, oppure al con­trario inserisce la propria forza e conduce ad azioni che sostituiscono quelle programmate. Forze che si legano ad una memoria inconsa­pevole che dunque agisce senza giungere alla coscienza.

Il tema della libertà non ha an­cora tenuto in debito conto questa dimensione del nostro Io e noi fin­giamo di pensare ad un uomo libe­ro che capisce e vuole e dunque sceglie razionalmente un compor­tamento (intelligere) e vi applica la volontà per realizzarlo.

Un assunto assurdo alla luce del­la Psicopatologia della vita quoti­diana che è però ancora stampato nel codice penale: si afferma che la responsabilità si lega alla «capa­cità di intendere e/o di volere». Ed è questo il quesito che il giudice chiede al perito psichiatra per po­ter decidere e stabilire la pena.

Insomma dominano il capire e il volere. E l’inconscio? Come si fa a parlare di libertà e di responsabi­lità, ignorandolo?

Non è certo mia intenzione to­gliere la responsabilità nell’agire, ma soltanto sostenere (come Freud 110 anni fa) che non si può capire e giudicare un’azione e dun­que un uomo senza considerare questa dimensione dell’Io che al­berga in ciascuno di noi.

Corriere della Sera Venerdì 13 Maggio 2011