robotic brazilian technique

giovane donna di 39 anni con addome floppy postpartum,ernia ventrale di medie dimensioni e diastasi dei muscoli retti addominali richiedente un mesh interamente riassorbibile a lungo termine (Phasix Bard)

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contro la retorica dell’eccellenza

Ho condiviso questo testo ,con il quale concordo pienamente, dal blog di A.Zhok Antropologia filosofica.Contiene una riflessione importante sulla parola chiave del sottotitolo del mio blog surgeryindeed “innovating strategies toward excellence”.Anche io credo che l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenti forse un valido slogan dinamico e giovanilistico,buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici.E’ il motivo per cui ho scelto questa frase.Ma anche io concordo sulla sfumatura retorica ed autoreferenziale della parola eccellenza, concordo sulla evidenza che nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze quanto piuttosto su una maggioranza di persone che fanno bene il loro lavoro.E non voglio entrare qui nella evidenza tutta italiana in cui la massima perversione corruttiva si raggiunge nel definire eccellenza la piu’ bassa mediocrità .Le nostre apicalità sono quasi tutte così.Cio’ nonostante nella pratica chirurgica ,quotidianamente a contatto con il rischio e la metodicità,l’aspirazione al nuovo ,alla nicchia tecnologica, al risultato ineccepibile e mininvasivo costituisce un motore importante per la crescita.Forse la vera parola chiave del mio motto potrebbe quindi essere”toward” piuttosto che “excellence”.Buona lettura.

Luca Felicioni 16 gennaio 2018

Sono oramai diversi anni che in Italia la parola “eccellenza” ha acquisito un’aura particolare, salvifica, quasi escatologica. Ogni uomo politico che conti – anche solo moderatamente – si sente in obbligo di invocare l’orizzonte dell’eccellenza come ciò che conferisce dignità ultima a qualsiasi attività, come modello da estendere ad ogni lavoro, produzione, istituzione.

Questo appello all’eccellenza non è rimasto questione semantica, ma si è tradotto in norme e indirizzi, con particolare riferimento a scuola e università ma estendendosi all’intera sfera del made in Italy (per definizione, naturalmente, un’eccellenza). Il riferimento ideale all’eccellenza si è così tradotto nell’idea che ogni attività lavorativa debba essere concepita un po’ come un campionato sportivo, dove è giusto che nutrano aspirazioni di dignità solo quelli che insidiano la vetta. Di contro, tutti i ‘non eccellenti’ devono solo prendersela con sé stessi se non ottengono riconoscimento. Le varie introduzioni di ‘bonus premiali’ ai docenti della scuola, di aumenti premiali ai docenti universitari, di finanziamenti premiali ai dipartimenti e alle università, o similmente le risorse premiali previste nella ‘riforma della pubblica amministrazione’, ecc. vanno tutte in questa direzione, dove normalità è assimilata a mediocrità, mentre dignità e onorabilità sono riservate alle ‘eccellenze’.

Il problema di questo modello non è che sia ‘meritocratico’ – e che dunque sia avversato da impaludati e retrogradi ‘antimeritocratici’. No. Il problema è che si tratta di un modello di società, e di azione collettiva, fallimentare.

Nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze, e per definizione le eccellenze non possono se non essere una minoranza. La nozione di eccellenza è infatti una nozione differenziale: si è ‘eccellenti’ in quanto si è virtuosamente fuori dall’ordinario. L’idea che, per veder riconosciuta la dignità di ciò che si fa, si debba appartenere al novero degli eccellenti è la ricetta per un sicuro naufragio, e lo è proprio sul piano incentivale. Infatti l’appello a questa ‘eccellenza di massa’ naufraga per tre ragioni fondamentali.

La prima è banalmente numerica: se conferisco riconoscimento pubblico (dignità, tutele, benefit) solo all’eccellenza (vera o presunta) creo il terreno per una frustrazione di massa, giacché la maggioranza per definizione verrà privata di riconoscimento. Qui non è solo in causa il fatto che la maggioranza non eccellerà per definizione, ma ancor di più il fatto che ciò non verrà accettato per natura. In un sondaggio sociologico di qualche anno fa emerse come il 94% degli intervistati ritenesse di essere, quanto alla qualità del proprio lavoro, al di sopra della media dei propri colleghi. A prescindere da chi si sia sbagliato e di quanto, appare chiaro che le autocandidature in buona fede all’eccellenza saranno sempre ampiamente eccedenti rispetto alle posizioni disponibili. Il meccanismo stesso non può non generare vaste aree di malcontento.

La seconda ragione è legata ai ruoli sociali, ed è più radicale. Per quanto recentemente ci si sia abituati a creare forme competitive e gerarchie piramidali per molti mestieri che una volta ne erano privi (si pensi ai cuochi di Master Chef), è chiaro che, per quanto ci si ingegni, la stragrande maggioranza delle attività che fanno andare avanti una società non si presterà mai a valutazioni competitive. Non c’è sensatamente posto per super-lattonieri, cassiere fuoriclasse, campionissimi dell’assistenza infermieristica, controllori iperbolici, assi della raccolta rifiuti, ecc. Prospettare una società in cui riconoscimento ed eccellenza vanno di pari passo significa prospettare una società dove la stragrande maggioranza delle occupazioni nasce con uno stigma di mediocrità e indegnità. (Curiosamente, gli stessi che propongono questa retorica dell’eccellenza li troviamo poi a chiedersi pensosi com’è che i giovani non siano più attratti da questo o quel mestiere.)

Lodare e premiare l’eccellenza può avere un’utile funzione sociale, fornendo modelli motivanti per la gioventù in formazione, ma non può mai essere sostitutivo del più fondamentale e importante dei modelli, quello dove si coltiva semplicemente la capacità di fare bene il proprio dovere. Per quanto ciò possa suonare conservatore e poco glamour, non c’è nessun sostituto prossimo ad un modello che nutra e alimenti la dignità del lavoro come orgoglio per aver svolto il proprio dovere, senza salti mortali ed effetti speciali. Solo l’idea di dare un contributo a quell’impresa non banale che è il buon funzionamento di una società può sostenere nel tempo uno stato, una comunità, una civiltà. Uno sguardo storico all’Ethos civile delle civiltà storiche più forti e longeve (da Roma antica all’Impero Britannico) può mostrare bene come, accanto all’elogio di individualità e virtù eminenti, fosse cruciale la coltivazione dell’orgoglio di essere semplicemente parte di quell’azione collettiva, di quella forma di vita.

L’unica forma di ‘meritocrazia’ davvero indispensabile consiste nell’essere in grado di stigmatizzare efficacemente ed eventualmente punire i ‘free riders’, gli opportunisti neghittosi che, all’ombra del contributo dei più, si scavano nicchie di nullafacenza. Un sistema deve cioè essere sempre in grado di eliminare, per così dire, la ‘morchia sul fondo del barile’, in quanto per valorizzare chi fa il proprio dovere deve stigmatizzare chi ad esso si sottrae intenzionalmente.

Ciò ci porta alla terza e ultima ragione della nequizia di una retorica dell’eccellenza.

Mentre riconoscere le componenti subottimali di un sistema, come i free riders, è compito relativamente facile, riconoscere l’eccellenza è un compito estremamente arduo e mai sistematizzabile in modo efficiente. L’eccellenza, per natura, è ciò che è fuori dall’ordinario in quanto presenta caratteristiche supplementari ed eccedenti rispetto alla norma. Per questa ragione l’eccellenza fatica sempre ad essere riconosciuta come tale dalla norma. D’altro canto, solo la norma (la medietà) può formare il giudizio che in ultima istanza riconoscerà l’eccellenza. Il ‘genio incompreso’ è quasi un cliché storico, ma è un cliché fondato su infiniti esempi e su un meccanismo pressoché fatale. Ogni autentica eccellenza in quasi qualunque campo verrà sempre riconosciuta con difficoltà proprio per i suoi tratti fuori dal comune. Un sistema che si vanta di conferire riconoscimento alle sole eccellenze finisce tipicamente per diventare invece un sistema che premia solo i più conformisti e ambiziosi tra i mediocri. Una volta di più ad emergere in primo piano è un modello che, lungi dal fornire incentivi all’azione sociale, genera risentimento.

Concludendo, l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenterà forse un valido slogan, dinamico, giovanilistico, buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici, ma è di fatto un modello valoriale puramente retorico, vuoto e seriamente controproducente.

A.Zhok Antropologia filosofica 2018

robotic Rives procedure with Transversus Abdominis Release (TAR)

A 52 years old female underwent a complex post incisional robotic ventral hernia repair.The large defect (M3 M4 M5 Rn W2 L15cm) was due to a previous open hysteroannessectomy for carcinoma of the cervix .BMI was 32 with ASA score 2.Da Vinci Xi robotic platform was employed with bilateral 3 trocars setup.After complete lysis of all visceral adhesions the retromuscolar space was dissected up to the linea semilunaris with careful identification of the neurovascular bundles.The dissection was started at the level of the umbilicus towards the subxiphoid space and the pubis.The insufficient medial advancement of the posterior rectus sheath imposed a posterior component separation with TAR.The pre peritoneal plane was entered from within the rectus sheath incised about 0.5 cm medial to the linea semilunaris and the underlying transverses adbominis muscle was divided along its entire medial edge.The retromuscolar space was bluntly developed laterally and extended superiorly and inferiorly from the xifoid to the pubis.Once release was performed on both sides the anterior defect was reapproximated in the midline with a running barbed suture.A 20×25 Parietex mesh was employed for fenestrations in the trasversalis fascia fixed with 4 transfascial sutures and tacs in the retromuscolar space.The posterior rectus sheaths were reapproximated in the midline with a running barbed suture.Interrupted sutures were used.Closed suction drain was placed ventral to the mesh.The patient was discharged on postoperative day 4.

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credulità

Hieronymus Bosch "il ciarlatano"

Hieronymus Bosch “il ciarlatano”

CREDULITA’ Così veniamo consolati dai tanti ciarlatani della rete

Marino Niola La Repubblica 20 Luglio 2016

Creduloni onniscienti e complottardi diffidenti. È il paradosso della civiltà dell’informazione. Sappiamo sempre di più ma capiamo sempre di meno. E la realtà ci sfugge da ogni parte per eccesso di particolari. Inondati da immagini, notizie, informazioni, agenzie, newsletter, forum, chat, blog, pop up, che il web sversa su di noi come un fiume inarrestabile. Un download debordante che impalla il nostro processore critico. E così, incapaci di selezionare e valutare,

ci beviamo tutto quel che viene portato dalle correnti di internet. Il risultato è che l’aumento delle conoscenze e i progressi tecnologici invece che potenziare le difese della ragione provocano un ritorno massiccio di voci incontrollate, credenze infondate, verità millantate. E ciarlatanerie spudorate.
Di conseguenza, l’abuso della credulità popolare, che sembrava roba d’altri tempi, da società prescolare, ormai superato dal progresso delle conoscenze, sta ridiventando un fenomeno tristemente attuale. Col favore del web, che pullula di falsi scienziati e di autentici lestofanti. Guaritori, venditori, imbonitori, persuasori, arruffapopolo, contafrottole, predicatori, mental trainer, somatopsicologi, rabdomanti digitali e altri spacciatori di bufale che assomigliano tanto ai ciurmatori che imperversavano nella società preilluminista. Quelli che vendevano nelle pubbliche piazze i loro specifici, ovvero preparati miracolosi in grado di fermare il tempo, vincere le malattie, ridare vigore all’eros, far diventare ricchi. Come il dottor Dulcamara, protagonista dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, che vanta i portenti infiniti del suo specifico «simpatico, prolifico, che muove i paralitici, spedisce gli apoplettici, gli asmatici, gli asfittici, gli isterici, i diabetici».
Addirittura a fine Cinquecento si pubblicavano trattati per mettere in guardia le persone dai finti dottori. Li chiamavano con disprezzo “catedratici di nuove scienze”. Il celebre medico romano Scipione Mercuri scrive in quegli anni un libro intitolato De gli errori popolari d’Italia, in cui dedica un intero capitolo agli imbrogli «che si commettono contro gli ammalati in piazza». Perché era proprio nel luogo pubblico per eccellenza che gli acchiappagonzi mietevano vittime fra ingenui e babbei. E il suo contemporaneo Tommaso Garzoni, nel suo capolavoro La piazza universale, censisce 544 mestieri nel mondo, di cui una buona parte ha a che fare con truffe e raggiri.
Oggi la piazza universale si è delocalizzata in internet. Dove i ciarlatani, fatti fuori dalla cultura moderna, quella della scuola, della scienza e delle università, si prendono la rivincita e viralizzano il web. Perché, se è vero, come dice Edgar Morin, che la rete promuove una nuova coscienza planetaria, è anche vero che almeno per ora la quantità d’informazione disponibile online è inversamente proporzionale alla qualità. E rischia di generare un nichilismo culturale che rende difficile distinguere il vero dal falso.
Come ha mostrato il sociologo francese Gérald Bronner, la nostra sta diventando la democrazia della credulità. Perché dove la gerarchia dei saperi frana e il principio di autorevolezza si polverizza, spopolano le spiegazioni semplici e soprattutto monocausali di una realtà che è invece sempre più complessa e sfaccettata come quella contemporanea. Soluzioni consolatorie che ci danno la sensazione rassicurante di capirci qualcosa, di saperla lunga, di non farci infinocchiare dalle versioni ufficiali dei fatti. Che si tratti di Ogm, vaccini, sicurezza alimentare, biologico, coloranti, pesticidi, il minimo comune denominatore è una sindrome da complotto che provoca una sfiducia crescente verso tutte le autorità, scientifiche o politiche. Siamo sempre più bipolari. Per un verso malfidenti verso i vari esperti, ricercatori, professori, giornalisti o studiosi, e per l’altro pronti a prestar fede a tutte le voci che corrono in rete. Così il tessuto collettivo dell’attendibilità e della credibilità appare sempre più compromesso. Al punto che in Francia, dove la scienza è una fede e la ragione una religione, secondo uno studio recente, il 43% delle persone pensa che la ricerca comporti più rischi che benefici. E da un sondaggio Gallup di quest’anno emerge che la fiducia dei cittadini statunitensi nelle istituzioni è passata da un imponente 80% degli anni Sessanta a un allarmante 10% di ora.
Politica, religione, giornali, televisione, scuola, università, industria. Non si salva nessuno. Stanno peggio solo i rivenditori di auto usate. E cresce esponenzialmente il pregiudizio antiscientifico, soprattutto su temi che toccano tasti sensibili come la salute. Il caso più emblematico è quello dei vaccini che, dopo averci liberati da tanti mali, vengono additati come la causa di altrettanti mali. Una irragionevole demonizzazione che inizia nel 1998, quando viene, incautamente, pubblicato su
Lancet uno sciagurato articolo, rivelatosi poi fraudolento, dell’ex medico Andrew Wakefield, che sosteneva l’esistenza di una correlazione tra diffusione del vaccino trivalente Mmr e aumento dell’autismo. Era tutta una bufala. Ma nonostante le smentite del General Medical Council britannico e la sconfessione della stessa
Lancet, che ha ritirato lo scritto, le vaccinazioni sono crollate. In realtà pare che il vero scopo della pubblicazione fosse quello di lucrare su un vaccino alternativo brevettato dal novello Dulcamara. Oltretutto, la Court of Protection inglese ha accertato che la mamma di uno dei bambini autistici all’origine della vicenda ha mentito.
Ma l’ineffabile Wakefield è tornato di recente agli onori della cronaca con il documentario autocelebrativo «Vaccinati: dall’insabbiamento alla catastrofe», che ad aprile avrebbe dovuto inaugurare il Tribeca Film Festival di New York, diretto da Robert De Niro, comprensibilmente sensibile al tema in quanto padre di un ragazzo autistico. Ma la bufala è stata smascherata da un gruppo di scienziati e De Niro ha cancellato il film. Eppure il rischio vaccino per molti è diventato un dogma 2.0. Anche perché sono in tanti a pensare che dietro ci siano solo gli interessi delle case farmaceutiche. Così una mappazza di false evidenze e di pseudo conoscenze rischia di anabolizzare il web rendendo difficile distinguere tra verità e impostura. A tutti noi il compito di civilizzare la rete, facendola uscire dallo stato di natura digitale.

robotic transabdominal midline reconstruction

C.W. 69a ernia ventrale epigastrica con dia max 3.5cm con impegno omentale e vasi ombelicali associata a diastasi dei muscoli retti di medio grado.Intervento di Rives-Stoppa robotico (sec.Costa) con stapler e mesh retromuscolare ultrapro 15×13 cm,due punti cardinali transfasciali e cianoacrilato.

Grosseto Italy Marzo 2016 intervento eseguito da Luca Felicioni

Autore video e post Luca Felicioni Chirurgo UO Chirurgia generale e mininvasiva Ospedale “Misericordia” Grosseto

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i simboli danno ordine al mondo ma sono falsi

GENNARO SASSO: “I simboli danno ordine al mondo ma sono falsi”
Il filosofo: “Sono pericolosi, producono violenza e fanatismo”

di ANTONIO GNOLI La repubblica 14 agosto 2015

Mi sentirei disorientato all’idea di vivere in un mondo senza simboli. So che non potrei fare a meno di quel vasto e squillante repertorio di frasi, di oggetti, di memorie che sono entrati – più o meno di diritto – nella nostra vita quotidiana. A volte la regolano, altre ancora la incatenano. Perciò, quando ho letto il nuovo libro di Gennaro Sasso, “Allegoria e Simbolo” (edito da Aragno), ho provato un senso di sgomento per la forza demolitoria con cui egli attraversa l’universo simbolico. Dello stesso autore mi era anche capitato tra le mani un denso libretto su Dante (“La lingua, la Bibbia, la Storia”, Viella editore) e, verrebbe da dire, chi più del poeta ha goduto di interpretazioni allegoriche?

Dunque da dove ha origine la palese ostilità verso queste due figure retoriche? E benché argomentata, ho pensato che non fosse poi così giusta la critica di Sasso. I poeti, ma anche i teologi, non disprezzano le allegorie. E, quanto a noi, viviamo immersi in un mondo simbolico. Non fu la nascita dell’homo symbolicus a cambiare il rapporto con il mondo e a farlo uscire dal caos nel quale versava? L’attuale crisi di questa figura – il suo evidente indebolimento antropologico – dovrebbe farci riflettere sulla sua esistenza. Meglio, sul suo futuro. Controbatte Sasso: “Il mio discorso non è tanto su come i simboli agiscono nel mondo e nella storia. Bensì sulla loro tenuta concettuale”.

Come definiresti allegoria e simbolo?
“L’allegoria è il risultato della combinazione di due parole. Di due significati. Una, quella che sta sopra, spiega quella che sta sotto. Un po’ come accade nella metafisica, per cui la parola più importante – Dio, l’Essere, la Sostanza, la Verità – giustifica e fonda quelle meno essenziali”.

Spiega le parole del nostro mondo. Le nostre opinioni. Una efficace allegoria, da questo punto di vista, è il Mito della caverna di Platone. O quando Dante con la parola “cielo” spiega la parola “scienza”.
“Allegoria e simbolo sono strutture relazionali. Cioè mettono in relazione parole o situazioni differenti”.

E questa pretesa relazionistica, tu dici, non ha alcuna giustificazione necessaria?
“Se la metafisica fallisce proprio in questa pretesa, perché dovrebbe riuscire all’allegoria o al simbolo? A me, lo ribadisco, non interessava vedere come il simbolo si dispiega nel mondo e nella storia bensì analizzare la sua contraddittorietà che si manifesta fin dall’origine”.

Spiegati meglio.
“Non vi è nessuna relazione necessaria tra l’idea che il simbolo esprime e la sua realizzazione pratica. La connessione tra i due momenti si risolve in un’alterità irrisolta. Per l’allegoria il discorso è un po’ diverso. La sua difficoltà è tutta filologica. Se la superi si può anche colmare la distanza tra i due momenti”.

Nell’allegoria è sufficiente perciò conoscere o ricostruire le intenzioni dell’autore?
“Fino a quando non si capisce cosa l’autore intendesse dire, la parola alta e bassa non si saldano. Comunque nell’allegoria si pone un problema ermeneutico. Più tragico è invece il destino del simbolo”.

Perché?
“Per il semplice motivo che il simbolo pretende di mettere in relazione un’idea astratta – per esempio la virtù, il coraggio, la bellezza – con il concreto, ossia con un ricettacolo finito, che a sua volta, grazie alla sollecitazione dell’idea, acquista valore universale”.

Il passaggio dall’idea alla cosa, sostieni, è una relazione fallita?
“Come può l’astratto trasformarsi in concreto?”

È universalmente comprensibile che il simbolo dell’astuzia è la volpe; così come il simbolo del coraggio è il leone.
“Come queste due cose possano stare assieme è inspiegabile”.

Eppure accade. La relazione, malgrado tutto, sussiste.
“Si tratta dell’enigmaticità di un incontro tra due momenti che non potrebbero mai relazionarsi”.

La nostra realtà è costruita sugli ordini simbolici. Senza di essi ci sarebbe disordine e smarrimento.
“Non lo nego. Ma ciò che a me interessava indagare era un altro aspetto che non considero affatto secondario: non lasciare intatta l’illusione che l’elaborazione simbolica sia un accesso al problema della verità”.

Verità e simbolo non stanno insieme?
“Non possono. Il simbolo condivide con la metafisica la medesima struttura concettuale. Entrambi hanno fallito sul piano veritativo”.

Diciamo che la metafisica ha fallito un po’ più del simbolo.
“Non c’è dubbio che il simbolo esprima una sintesi più pratica. Quando si vedono ergere, su alcuni cornicioni dei monumenti parigini, le vittorie alate, con quelle ridicole ali dorate, è chiaro il riferimento a un simbolo del potere. E tuttavia la vittoria – come concetto astratto – non ci sta dentro l’immagine dell’aquila”.

Ci sta e non ci sta. Se si provasse a ricostruire la storia di quell’immagine forse si capirebbe perché essa sia diventata il simbolo del potere.
“Per quanto si possa agire su questo piano – e mi viene in mente la grande ricerca che in tal senso seppe sviluppare Aby Warburg – resta l’enigmaticità del simbolo”.

Anche Marx se ne era reso conto quando parla del “geroglifico della merce” intendendo proprio l’enigmaticità dell’allegoria.
“Marx è un critico della società simbolica. Come lo è, per un altro verso, Lutero di quella religiosa. In Lutero l’istanza anti- allegorica è impressionante. La sua critica all’eucaristia è di una brutalità perfino sconcertante: la carne è carne, il sangue è sangue. Non si assumono dei simboli dal corpo di Cristo. È una disputa fortissima, perfino con i suoi”.

Che cosa nasconde questa tua opposizione alla realtà simbolica? Cos’è che non va al di là degli aspetti concettuali?
“La mia avversione, se così la si può chiamare, nasce dalla convinzione che i simboli producono violenza. Anche quelli più innocui o solidali possono scatenare fanatismi insospettabili. E ciò accade quando all’universalizzazione del simbolo attribuiamo un valore di verità assoluta”.

Penso che a tenere in piedi un simbolo sia la fede e un certo conformismo.
“Se posso dire: la cosa mi fa un certo orrore”.

Non è più interessante capire la loro efficacia?
“Quando parli di efficacia del simbolo è come se tu lo assumessi già tutto costituito. Ma questo non spiega perché i suoi termini stanno insieme. E l’impressione che ne ricavo è che nel simbolo si nasconda la morte. Pensaci. Ci sono due parti che non si toccano. E creano una zona neutra. Che cos’è? Che cos’è questa zona che si sottrae all’astratto e al determinato? Non è qualcosa che ha a che fare con la morte?”

Enzo Melandri tenne un ciclo di lezioni contro il simbolico (poi raccolte e pubblicate da Quodlibet). In quelle pagine sosteneva che è vero che il simbolo rimette in ordine il mondo, ma per riuscirci deve irrigidire la realtà, toglierle la vita.
“Melandri pensava che il simbolo era lo strumento che dava la morte, non che avesse in sé la morte. Immaginò di disincagliare il simbolo risalendo alle sue origini. Ma in quella vitalità originaria era già scritto il suo certificato di morte”.

I simboli ti creano disagio?
“Potrei darti una risposta psicologica: ho un carattere tendenzialmente anarchico, incapace, almeno in parte, di stringere relazioni, di entrare in gruppi e condividerne gli obiettivi. Sono diventato antifascista da solo, marciando sul Lungotevere, come un imbecille, vestito da Balilla. Fu allora che cominciai a odiare una certa simbolicità. Ma questo è un piano semplicemente personale”.

Odio e amore provano quanto i simboli ci coinvolgano.
“È vero. Con la precisazione che io non amo la loro forza irrazionale”.