la paura dell’incertezza

Guerre, migrazioni, fine delle utopie. Si può vivere in una fine del mondo permanente? Un anno dopo la morte, ecco l’ultima lezione di Bauman

La fine del tempo, la fine del mondo, la fine dell’universo: un argomento certamente diverso dal solito per me che non sono un esperto del settore. Non pretenderò quindi di informarvi sullo stato attuale dell’arte, dell’astronomia e della cosmogonia, su ciò che gli scienziati pensano a proposito della fine del mondo. Dirò solo che le teorie scientifiche che si sentono mi hanno lasciato molto confuso, data la difficoltà di conciliare visioni molto diverse sul tappeto. […] Non che questo debba preoccuparci nell’immediato, intendiamoci, giacché è stato calcolato che l’universo vivrà almeno un’altra ventina di miliardi di anni e almeno io, che sono irrevocabilmente vecchio, non ho alcuna speranza di arrivarci. Ma torniamo alla domanda iniziale, al perché oggi siamo tutti così inquieti, perché si fanno così tante oscure premonizioni su cosa ci aspetta, tanto che a volte non riusciamo neppure a mettere bene a fuoco la questione in quanto fine del mondo, ma piuttosto come qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto e, pertanto, minaccioso. Perché viviamo questa condizione in questa fase della nostra storia? Questa è la domanda da porci. Suggerirei intanto di non avere paura. Anche quando ci divertiamo, andiamo ad una festa con i nostri amici, da qualche parte nel profondo avvertiamo ansia. Non ci sentiamo sicuri: sicuri di riuscire a controllare le nostre vite, sicuri di averne la capacita, i mezzi, l’abilità, le risorse, sicuri di poter vivere in un mondo in cui ciò sia possibile.

Insomma, non riusciamo a dare alle nostre vite la forma che vorremmo, siamo spaventati perché – mi permetto di suggerire – viviamo una condizione di costante incertezza. E cos’è l’incertezza? È la sensazione di non poter prevedere come sarà il mondo quando ci sveglieremo la mattina seguente, è la fragilità e l’instabilità del mondo. Il mondo ci coglie sempre di sorpresa […].

Mi viene da pensare alla Lisbona del 1755: […] dapprima ci fu un terremoto che devastò gran parte della città, dopo di che un incendio distrusse ciò che si era salvato.

L’evento suscitò grandi reazioni e fra gli intellettuali si cominciò a discutere su che senso avesse una tragedia del genere e come Dio potesse permettere una simile strage di innocenti. Alla testa della campagna filosofica si mise Voltaire che sentenziò: «Guardate: la natura è cieca, colpisce con la stessa imparzialità e la stessa indifferenza le persone buone e le persone cattive. Non fa selezioni, non punisce. Distribuisce a caso la sua furia. Se volete un mondo che sia in linea con l’etica umana e la ragione umana, dovete conquistare la natura». […] Oggi, a più di duecento anni di distanza, possiamo vedere come tutti gli sforzi per dominare la natura non abbiano avuto alcun effetto e quei pochi che l’hanno avuto erano in realtà mal concepiti e hanno lasciato traccia del loro operato in milioni di chilometri quadrati di terra sterile e desertica, milioni di vite umane perse, vite di coloro che prima coltivavano quella terra. Non ha funzionato. D’altra parte, altri pericoli – qualsiasi evento comporta degli inconvenienti –, altri disagi si andarono sommando a ciò che era successo. Credo sia stato Freud a riassumere il significato dell’impulso verso la civilizzazione: la pressione della civiltà a correggere e dare nuova forma alla società. […] Tutte le utopie per quanto diverse tra loro avevano una cosa in comune: erano collocate da qualche parte nel futuro. Non ancora esistenti, non ancora conosciute, non ancora esplorate, intuite solo da qualche navigatore solitario. Ma utopia e futuro avevano un significato molto simile. Io penso che stiamo perdendo la fiducia nel futuro. Non crediamo più che sia favorevole, che potrà risolvere i nostri problemi, e se gettate uno sguardo sul nostro mondo contemporaneo vedrete il diffondersi di tradizioni che guardano al passato. Chissà, forse alcune cose le abbiamo abbandonate prematuramente, erroneamente, stupidamente, forse dovremmo tornare a quegli stili di vita. Forse qualcuno fra voi pensa con nostalgia alla vita sotto Hitler, Stalin o qualsiasi altro dittatore del passato; ma non avete fatto esperienza di quello che è stato, perché non è possibile. Il passato è immaginario quanto il futuro. Non siete stati nel futuro e non lo conoscete, ma non siete stati nemmeno nel passato. Potete solo leggere libri sull’argomento, che però difficilmente possono restituire le sensazioni di una vita realmente vissuta nel passato.

Queste sono, a grandi linee, le cause dello stato di incertezza attuale. La fragilità della posizione sociale che ci siamo conquistati dopo una lunga vita di lavoro e che ci troviamo a proteggere, l’impossibilità di prevedere cosa accadrà domani, il sospetto che qualunque cosa porti con sé il futuro non sarà migliore di ciò che c’è oggi, ma forse sarà peggiore, il senso di impotenza. Che se anche conoscessimo tutti i segreti sul funzionamento delle cose, non avremmo le capacita né gli strumenti per impedire alle cose spiacevoli di accadere. […] Scienziati importanti, come ad esempio Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, hanno ricevuto il Nobel per aver scoperto che l’universo – non solo il nostro mondo e le cose che ci circondano più da vicino, ma l’intero universo – vive governato da contingenze, accidenti e coincidenze, insomma dal caso.

Non esistono regole. Nella storia del mondo si sono verificate cinque grandi catastrofi che ci hanno portato quasi all’estinzione, che sono andate molto vicine a rendere impossibile questo nostro essere qui ora, in questo edificio, a scambiarci idee. La più grande, durante il periodo permiano, spazzò via il 95% di tutte le creature viventi. Quindi è assolutamente corretto affermare che siamo qui per caso. I nostri progenitori si trovavano in quel minuscolo 5% di creature rimaste al mondo. Affidarsi alla coerenza dell’universo, alla sua stabilità o prevedibilità non è dunque possibile.

Qualsiasi cosa accada nell’universo, accade per caso, sicché la completa eliminazione dell’incertezza non credo sia possibile, ma credo anche che, entro i limiti a noi imposti dall’universo, ci sia ancora tanto da fare. Ad esempio, prevenire il collasso del sistema di credito o la fuga improvvisa di migranti da una delle guerre più sporche e disgustose mai avvenuta davanti ai nostri occhi.

Guerre prevedibili, guerre che possiamo fare in modo non scoppino. E mi permetto di suggerire che queste cose – le piccole cose che possiamo fare nei limiti delle nostre capacità – sono moltissime, tanto da poterci impegnare per l’intera nostra esistenza.

– (Traduzione di Valentina Pianezzi)

Il libro da cui anticipiamo il testo

L’ultima lezione di Zygmunt Bauman (Laterza, con un saggio di Wlodek Goldkorn)

CRSA 2017 Chicago:quando una metropoli da il meglio di sé

Non ero mai stato a Chicago e come spesso succede pensavo di sapere già tutto su di questo mito cinematografico:tanti,troppi film,romanzi,servizi giornalistici,interviste,il mito Obama…..una grigia metropoli nel nulla del “corn belt” americano zeppa di malavitosi.Qualche notizia contrastante mi giungeva però dai nostri specializzandi che frequentano spesso la Università dell’ Illinois.
Comunque i due video proposti erano stati selezionati positivamente dalla CRSA ed era giunto il momento di andare e confrontarsi con i chirurghi piu’ esperti del momento.Mi aspettavo sorprese dal meeting non dalla città.Naturalmente sbagliavo!
E’ stato amore a prima vista complice l’alta pressione settembrina e l’atmosfera “radical chic”così intrigante.Come sempre in questi casi tutto si concentra nella down town e non si ha coscienza dell’enorme interland che coopta milioni di americani in tante Chicago parallele sicuramente meno affascinanti.Ma tanto è.
Quello che ho assaggiato mi ha conquistato.
A partire dalla skyline massiccia ,pulita,completamente diversa dalla verticalità esasperata di NY e dalla dimensione orizzontale di San Francisco.I miei due miti americani.Edifici mastodontici ma con un loro equilibrio,un mix magnifico tra linee anni trenta ed high tech contemporanea.Tutto tirato a lucido,ben tenuto,curato.Cielo azzurro ed edifici color ecru e specchi.Una meraviglia.Alla faccia della grigia città del nord!
E questa piacevole sensazione si è mantenuta per tutto il soggiorno attraverso il centralissimo The loop,gli alberghi lussuosi dove Batman ancora risiede,lo splendido lungo lago( o quasi lungo mare dati gli orizzonti del grande lago Michigan).Sembra di entrare in un set cinematografico e di cambiare continuamente sceneggiatura tante sono le suggestioni presenti.Ovunque ti senti nel contesto di un già visto .Ci sei in qualche modo già stato o conosci quella atmosfera.Da Batman agli Intoccabili,da Al Capone a C’era una volta in America.Una nostalgia ,uno struggimento che solo certa musica sa’ rendere.Ma la sensazione anche visiva è quella.Rimpiangi gli sporchi anni trenta e quaranta.Roba da non credere.
Oggi La metropoli è sontuosa ,intellettuale,ardita,incredibilmente turistica e ricca di arte e scienza.Soprattutto di arte:dall’architettura ,alle arti visive a quelle letterarie.Da non tornare mai a casa.Fortunatamente i miei impegni congressuali si sono esauriti nella prima giornata, ho potuto così assaggiare tutto il resto

Non che la sessione scientifica fosse da meno della città,alto livello come sempre negli USA,i nostri video in linea con i big,confronto serrato e nessuna obiezione.Risultato eccellente dato che tra gli interlocutori c’era anche Alfred Carbonell il padre della tecnica che riproponevamo.E queto onestamente un po’ mi preoccupava.Ha comunque accettato di buon grado che fossimo tra i pochissimi ad eseguire in Europa ed USA tale procedura dopo essersi di persona accertato del curriculum chirurgico.Fidarsi è bene…….
Bello carico per il risultato ottenuto ho iniziato una “full immersion” di due giorni nella metropoli del crimine.Di giorno tutti i musei e le gallerie possibili,di notte in compagnia dei giovani colleghi residenti nel campus universitario tutti i club alla moda .Non ho dormito sino al volo di rientro ma quanti stimoli!Mi aspettavo un grande jazz,locali sofisticati,architetture da urlo ,ma mai avrei immaginato la ricchezza delle collezioni artistiche e storico-etnografiche in una natura da sogno.

Sopra tutti l’Art Insitute of Chicago ed il Field Museum collegati da una splendida passeggiata lungo il Monroe Harbor dove al posto dei gabbiani atterrano le oche artiche dal collo nero e dove la vela imperversa.Ero ancora frastornato da Hopper e dalle collezioni dei siti archeologici dell’Arizona e della California a me cari per esperienze ormai lontane ,quando vengo invitato per un drink all’ultimo piano dello Skydeck una incredibile torre di cristallo sull’azzurro.Quasi 24 ore con la bocca aperta!

Tre giorni in perfetta sintonia con la modernità,tutto idilliaco, possibile?

Un unico dubbio ,indotto dal divieto impresso sulla porta di accesso dell’University of Illinois, mi assilla:tutte le migliaia di persone che ho incrociato in tre giorni di vagabondaggio nella “Città del vento”erano armate?

robotic brazilian technique

giovane donna di 39 anni con addome floppy postpartum,ernia ventrale di medie dimensioni e diastasi dei muscoli retti addominali richiedente un mesh interamente riassorbibile a lungo termine (Phasix Bard)

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contro la retorica dell’eccellenza

Ho condiviso questo testo ,con il quale concordo pienamente, dal blog di A.Zhok Antropologia filosofica.Contiene una riflessione importante sulla parola chiave del sottotitolo del mio blog surgeryindeed “innovating strategies toward excellence”.Anche io credo che l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenti forse un valido slogan dinamico e giovanilistico,buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici.E’ il motivo per cui ho scelto questa frase.Ma anche io concordo sulla sfumatura retorica ed autoreferenziale della parola eccellenza, concordo sulla evidenza che nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze quanto piuttosto su una maggioranza di persone che fanno bene il loro lavoro.E non voglio entrare qui nella evidenza tutta italiana in cui la massima perversione corruttiva si raggiunge nel definire eccellenza la piu’ bassa mediocrità .Le nostre apicalità sono quasi tutte così.Cio’ nonostante nella pratica chirurgica ,quotidianamente a contatto con il rischio e la metodicità,l’aspirazione al nuovo ,alla nicchia tecnologica, al risultato ineccepibile e mininvasivo costituisce un motore importante per la crescita.Forse la vera parola chiave del mio motto potrebbe quindi essere”toward” piuttosto che “excellence”.Buona lettura.

Luca Felicioni 16 gennaio 2018

Sono oramai diversi anni che in Italia la parola “eccellenza” ha acquisito un’aura particolare, salvifica, quasi escatologica. Ogni uomo politico che conti – anche solo moderatamente – si sente in obbligo di invocare l’orizzonte dell’eccellenza come ciò che conferisce dignità ultima a qualsiasi attività, come modello da estendere ad ogni lavoro, produzione, istituzione.

Questo appello all’eccellenza non è rimasto questione semantica, ma si è tradotto in norme e indirizzi, con particolare riferimento a scuola e università ma estendendosi all’intera sfera del made in Italy (per definizione, naturalmente, un’eccellenza). Il riferimento ideale all’eccellenza si è così tradotto nell’idea che ogni attività lavorativa debba essere concepita un po’ come un campionato sportivo, dove è giusto che nutrano aspirazioni di dignità solo quelli che insidiano la vetta. Di contro, tutti i ‘non eccellenti’ devono solo prendersela con sé stessi se non ottengono riconoscimento. Le varie introduzioni di ‘bonus premiali’ ai docenti della scuola, di aumenti premiali ai docenti universitari, di finanziamenti premiali ai dipartimenti e alle università, o similmente le risorse premiali previste nella ‘riforma della pubblica amministrazione’, ecc. vanno tutte in questa direzione, dove normalità è assimilata a mediocrità, mentre dignità e onorabilità sono riservate alle ‘eccellenze’.

Il problema di questo modello non è che sia ‘meritocratico’ – e che dunque sia avversato da impaludati e retrogradi ‘antimeritocratici’. No. Il problema è che si tratta di un modello di società, e di azione collettiva, fallimentare.

Nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze, e per definizione le eccellenze non possono se non essere una minoranza. La nozione di eccellenza è infatti una nozione differenziale: si è ‘eccellenti’ in quanto si è virtuosamente fuori dall’ordinario. L’idea che, per veder riconosciuta la dignità di ciò che si fa, si debba appartenere al novero degli eccellenti è la ricetta per un sicuro naufragio, e lo è proprio sul piano incentivale. Infatti l’appello a questa ‘eccellenza di massa’ naufraga per tre ragioni fondamentali.

La prima è banalmente numerica: se conferisco riconoscimento pubblico (dignità, tutele, benefit) solo all’eccellenza (vera o presunta) creo il terreno per una frustrazione di massa, giacché la maggioranza per definizione verrà privata di riconoscimento. Qui non è solo in causa il fatto che la maggioranza non eccellerà per definizione, ma ancor di più il fatto che ciò non verrà accettato per natura. In un sondaggio sociologico di qualche anno fa emerse come il 94% degli intervistati ritenesse di essere, quanto alla qualità del proprio lavoro, al di sopra della media dei propri colleghi. A prescindere da chi si sia sbagliato e di quanto, appare chiaro che le autocandidature in buona fede all’eccellenza saranno sempre ampiamente eccedenti rispetto alle posizioni disponibili. Il meccanismo stesso non può non generare vaste aree di malcontento.

La seconda ragione è legata ai ruoli sociali, ed è più radicale. Per quanto recentemente ci si sia abituati a creare forme competitive e gerarchie piramidali per molti mestieri che una volta ne erano privi (si pensi ai cuochi di Master Chef), è chiaro che, per quanto ci si ingegni, la stragrande maggioranza delle attività che fanno andare avanti una società non si presterà mai a valutazioni competitive. Non c’è sensatamente posto per super-lattonieri, cassiere fuoriclasse, campionissimi dell’assistenza infermieristica, controllori iperbolici, assi della raccolta rifiuti, ecc. Prospettare una società in cui riconoscimento ed eccellenza vanno di pari passo significa prospettare una società dove la stragrande maggioranza delle occupazioni nasce con uno stigma di mediocrità e indegnità. (Curiosamente, gli stessi che propongono questa retorica dell’eccellenza li troviamo poi a chiedersi pensosi com’è che i giovani non siano più attratti da questo o quel mestiere.)

Lodare e premiare l’eccellenza può avere un’utile funzione sociale, fornendo modelli motivanti per la gioventù in formazione, ma non può mai essere sostitutivo del più fondamentale e importante dei modelli, quello dove si coltiva semplicemente la capacità di fare bene il proprio dovere. Per quanto ciò possa suonare conservatore e poco glamour, non c’è nessun sostituto prossimo ad un modello che nutra e alimenti la dignità del lavoro come orgoglio per aver svolto il proprio dovere, senza salti mortali ed effetti speciali. Solo l’idea di dare un contributo a quell’impresa non banale che è il buon funzionamento di una società può sostenere nel tempo uno stato, una comunità, una civiltà. Uno sguardo storico all’Ethos civile delle civiltà storiche più forti e longeve (da Roma antica all’Impero Britannico) può mostrare bene come, accanto all’elogio di individualità e virtù eminenti, fosse cruciale la coltivazione dell’orgoglio di essere semplicemente parte di quell’azione collettiva, di quella forma di vita.

L’unica forma di ‘meritocrazia’ davvero indispensabile consiste nell’essere in grado di stigmatizzare efficacemente ed eventualmente punire i ‘free riders’, gli opportunisti neghittosi che, all’ombra del contributo dei più, si scavano nicchie di nullafacenza. Un sistema deve cioè essere sempre in grado di eliminare, per così dire, la ‘morchia sul fondo del barile’, in quanto per valorizzare chi fa il proprio dovere deve stigmatizzare chi ad esso si sottrae intenzionalmente.

Ciò ci porta alla terza e ultima ragione della nequizia di una retorica dell’eccellenza.

Mentre riconoscere le componenti subottimali di un sistema, come i free riders, è compito relativamente facile, riconoscere l’eccellenza è un compito estremamente arduo e mai sistematizzabile in modo efficiente. L’eccellenza, per natura, è ciò che è fuori dall’ordinario in quanto presenta caratteristiche supplementari ed eccedenti rispetto alla norma. Per questa ragione l’eccellenza fatica sempre ad essere riconosciuta come tale dalla norma. D’altro canto, solo la norma (la medietà) può formare il giudizio che in ultima istanza riconoscerà l’eccellenza. Il ‘genio incompreso’ è quasi un cliché storico, ma è un cliché fondato su infiniti esempi e su un meccanismo pressoché fatale. Ogni autentica eccellenza in quasi qualunque campo verrà sempre riconosciuta con difficoltà proprio per i suoi tratti fuori dal comune. Un sistema che si vanta di conferire riconoscimento alle sole eccellenze finisce tipicamente per diventare invece un sistema che premia solo i più conformisti e ambiziosi tra i mediocri. Una volta di più ad emergere in primo piano è un modello che, lungi dal fornire incentivi all’azione sociale, genera risentimento.

Concludendo, l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenterà forse un valido slogan, dinamico, giovanilistico, buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici, ma è di fatto un modello valoriale puramente retorico, vuoto e seriamente controproducente.

A.Zhok Antropologia filosofica 2018

robotic Rives procedure with Transversus Abdominis Release (TAR)

A 52 years old female underwent a complex post incisional robotic ventral hernia repair.The large defect (M3 M4 M5 Rn W2 L15cm) was due to a previous open hysteroannessectomy for carcinoma of the cervix .BMI was 32 with ASA score 2.Da Vinci Xi robotic platform was employed with bilateral 3 trocars setup.After complete lysis of all visceral adhesions the retromuscolar space was dissected up to the linea semilunaris with careful identification of the neurovascular bundles.The dissection was started at the level of the umbilicus towards the subxiphoid space and the pubis.The insufficient medial advancement of the posterior rectus sheath imposed a posterior component separation with TAR.The pre peritoneal plane was entered from within the rectus sheath incised about 0.5 cm medial to the linea semilunaris and the underlying transverses adbominis muscle was divided along its entire medial edge.The retromuscolar space was bluntly developed laterally and extended superiorly and inferiorly from the xifoid to the pubis.Once release was performed on both sides the anterior defect was reapproximated in the midline with a running barbed suture.A 20×25 Parietex mesh was employed for fenestrations in the trasversalis fascia fixed with 4 transfascial sutures and tacs in the retromuscolar space.The posterior rectus sheaths were reapproximated in the midline with a running barbed suture.Interrupted sutures were used.Closed suction drain was placed ventral to the mesh.The patient was discharged on postoperative day 4.

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credulità

Hieronymus Bosch "il ciarlatano"

Hieronymus Bosch “il ciarlatano”

CREDULITA’ Così veniamo consolati dai tanti ciarlatani della rete

Marino Niola La Repubblica 20 Luglio 2016

Creduloni onniscienti e complottardi diffidenti. È il paradosso della civiltà dell’informazione. Sappiamo sempre di più ma capiamo sempre di meno. E la realtà ci sfugge da ogni parte per eccesso di particolari. Inondati da immagini, notizie, informazioni, agenzie, newsletter, forum, chat, blog, pop up, che il web sversa su di noi come un fiume inarrestabile. Un download debordante che impalla il nostro processore critico. E così, incapaci di selezionare e valutare,

ci beviamo tutto quel che viene portato dalle correnti di internet. Il risultato è che l’aumento delle conoscenze e i progressi tecnologici invece che potenziare le difese della ragione provocano un ritorno massiccio di voci incontrollate, credenze infondate, verità millantate. E ciarlatanerie spudorate.
Di conseguenza, l’abuso della credulità popolare, che sembrava roba d’altri tempi, da società prescolare, ormai superato dal progresso delle conoscenze, sta ridiventando un fenomeno tristemente attuale. Col favore del web, che pullula di falsi scienziati e di autentici lestofanti. Guaritori, venditori, imbonitori, persuasori, arruffapopolo, contafrottole, predicatori, mental trainer, somatopsicologi, rabdomanti digitali e altri spacciatori di bufale che assomigliano tanto ai ciurmatori che imperversavano nella società preilluminista. Quelli che vendevano nelle pubbliche piazze i loro specifici, ovvero preparati miracolosi in grado di fermare il tempo, vincere le malattie, ridare vigore all’eros, far diventare ricchi. Come il dottor Dulcamara, protagonista dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, che vanta i portenti infiniti del suo specifico «simpatico, prolifico, che muove i paralitici, spedisce gli apoplettici, gli asmatici, gli asfittici, gli isterici, i diabetici».
Addirittura a fine Cinquecento si pubblicavano trattati per mettere in guardia le persone dai finti dottori. Li chiamavano con disprezzo “catedratici di nuove scienze”. Il celebre medico romano Scipione Mercuri scrive in quegli anni un libro intitolato De gli errori popolari d’Italia, in cui dedica un intero capitolo agli imbrogli «che si commettono contro gli ammalati in piazza». Perché era proprio nel luogo pubblico per eccellenza che gli acchiappagonzi mietevano vittime fra ingenui e babbei. E il suo contemporaneo Tommaso Garzoni, nel suo capolavoro La piazza universale, censisce 544 mestieri nel mondo, di cui una buona parte ha a che fare con truffe e raggiri.
Oggi la piazza universale si è delocalizzata in internet. Dove i ciarlatani, fatti fuori dalla cultura moderna, quella della scuola, della scienza e delle università, si prendono la rivincita e viralizzano il web. Perché, se è vero, come dice Edgar Morin, che la rete promuove una nuova coscienza planetaria, è anche vero che almeno per ora la quantità d’informazione disponibile online è inversamente proporzionale alla qualità. E rischia di generare un nichilismo culturale che rende difficile distinguere il vero dal falso.
Come ha mostrato il sociologo francese Gérald Bronner, la nostra sta diventando la democrazia della credulità. Perché dove la gerarchia dei saperi frana e il principio di autorevolezza si polverizza, spopolano le spiegazioni semplici e soprattutto monocausali di una realtà che è invece sempre più complessa e sfaccettata come quella contemporanea. Soluzioni consolatorie che ci danno la sensazione rassicurante di capirci qualcosa, di saperla lunga, di non farci infinocchiare dalle versioni ufficiali dei fatti. Che si tratti di Ogm, vaccini, sicurezza alimentare, biologico, coloranti, pesticidi, il minimo comune denominatore è una sindrome da complotto che provoca una sfiducia crescente verso tutte le autorità, scientifiche o politiche. Siamo sempre più bipolari. Per un verso malfidenti verso i vari esperti, ricercatori, professori, giornalisti o studiosi, e per l’altro pronti a prestar fede a tutte le voci che corrono in rete. Così il tessuto collettivo dell’attendibilità e della credibilità appare sempre più compromesso. Al punto che in Francia, dove la scienza è una fede e la ragione una religione, secondo uno studio recente, il 43% delle persone pensa che la ricerca comporti più rischi che benefici. E da un sondaggio Gallup di quest’anno emerge che la fiducia dei cittadini statunitensi nelle istituzioni è passata da un imponente 80% degli anni Sessanta a un allarmante 10% di ora.
Politica, religione, giornali, televisione, scuola, università, industria. Non si salva nessuno. Stanno peggio solo i rivenditori di auto usate. E cresce esponenzialmente il pregiudizio antiscientifico, soprattutto su temi che toccano tasti sensibili come la salute. Il caso più emblematico è quello dei vaccini che, dopo averci liberati da tanti mali, vengono additati come la causa di altrettanti mali. Una irragionevole demonizzazione che inizia nel 1998, quando viene, incautamente, pubblicato su
Lancet uno sciagurato articolo, rivelatosi poi fraudolento, dell’ex medico Andrew Wakefield, che sosteneva l’esistenza di una correlazione tra diffusione del vaccino trivalente Mmr e aumento dell’autismo. Era tutta una bufala. Ma nonostante le smentite del General Medical Council britannico e la sconfessione della stessa
Lancet, che ha ritirato lo scritto, le vaccinazioni sono crollate. In realtà pare che il vero scopo della pubblicazione fosse quello di lucrare su un vaccino alternativo brevettato dal novello Dulcamara. Oltretutto, la Court of Protection inglese ha accertato che la mamma di uno dei bambini autistici all’origine della vicenda ha mentito.
Ma l’ineffabile Wakefield è tornato di recente agli onori della cronaca con il documentario autocelebrativo «Vaccinati: dall’insabbiamento alla catastrofe», che ad aprile avrebbe dovuto inaugurare il Tribeca Film Festival di New York, diretto da Robert De Niro, comprensibilmente sensibile al tema in quanto padre di un ragazzo autistico. Ma la bufala è stata smascherata da un gruppo di scienziati e De Niro ha cancellato il film. Eppure il rischio vaccino per molti è diventato un dogma 2.0. Anche perché sono in tanti a pensare che dietro ci siano solo gli interessi delle case farmaceutiche. Così una mappazza di false evidenze e di pseudo conoscenze rischia di anabolizzare il web rendendo difficile distinguere tra verità e impostura. A tutti noi il compito di civilizzare la rete, facendola uscire dallo stato di natura digitale.