Tehran

 

 

L’Editore 5 Ottobre 2013

 

Tehran ,Ottobre2010:quando un convegno internazionale……….

 

ceramica persiana

ceramica persiana

Il giorno in cui mi fù girato l’invito a presentare l’ esperienza del nostro gruppo in chirurgia pancreatica robotica all’Università di Tehran percepii che stava per concretizzarsi un evento fuori dalla routine.Nel mio gruppo di lavoro infatti tutti conoscevano la mia propensione al viaggio e la mia istintiva simpatia per le mete meno scontate,ma in questo caso io stesso fui assalito da qualche titubanza:l’Iran era da anni il paese proibito agli occidentali ed in quei mesi del 2010 se possibile la tensione era ancora piu’ acuita.Si temeva un imminente raid aereo israeliano come risposta ad un contestato programma nucleare del governo iraniano. Per non parlare dell’immaginario collettivo ormai costruito intorno all’Iran quale paese di fanatici,fondamentalisti,terroristi internazionali.Ma la curiosità……

Avere l’occasione di assaggiare “la Persia”dal punto di vista storico-culturale e “l’Iran”da quello politico-sociale era una tentazione irresistibile.Ne parlai a casa,pensai che il gruppo italiano  era una delegazione ufficiale ed accettai.

ceramica persiana

ceramica persiana

 Nei giorni precedenti la partenza cercai di non pensarci troppo,mi colpirono però le procedure per ottenere il visto d’ingresso (le incredibili dichiarazioni da sottoscrivere ,la possibilità di ottenere un pass solo su invito ufficiale del governo iraniano,la certezza di dover cambiare passaporto al mio ritorno) e le rigide indicazioni comportamentali impartite al gruppo da parte degli accompagnatori quali la scelta degli itinerari possibili, la scelta degli Hotel per stranieri ed i loro prezzi esorbitanti,la necessità di dichiarare con chi si sarebbe dormito nella propria stanza(!) e soprattutto se si era sposati con tale eventuale persona,l’obbligo di dichiarare il denaro disponibile per il viaggio in assenza di carte di credito utilizzabili(l’Iran infatti era fuori dai circuiti bancari internazionali),la proibizione al noleggio individuale di auto.Non nascondo che tutto ciò mi turbò,ma prevalse la convinzione che anche la propaganda più ottusa difficilmente riesce ad oscurare completamente la coscienza di un  paese,e ciò memore delle esperienze nell’Europa dell’Est prima della caduta del muro.Mi aspettavo qualche cosa di simile a Praga anni 70 ed in parte così fu.L’unico dubbio serio rimaneva sul tipo di fanatismo:conoscevo il fanatismo politico,ma non riuscivo ad immaginare quale proporzione potesse assumere il fanatismo religioso nella popolazione comune.E questo mi spaventava.

 Preparai la mia relazione,i video e finalmente arrivò il giorno della partenza.A Fiumicino constatai che il gruppo era costituito da una decina di colleghi in rappresentanza delle maggiori realtà scientifiche italiane ,tutti mossi dalle stesse curiosità e dagli stessi timori.Fui informato che alcuni invitati avevano rifiutato per eccesso di rischio.Ciò nonostante la partecipazione al convegno congiunto della MMESA(Associazione di chirurgia endoscopica e mininvasiva del Mediterraneo e del Medio-oriente) e dell’Associazione Iraniana di chirurghi mininvasivi costituiva un’ottima vetrina per il nostro lavoro ed una notevole occasione per concrete collaborazioni.Io ero l’unico chirurgo che  presentava esperienze robotiche.

La rotta d’andata era sostanzialmente obbligata dato che il Quatar era tra i pochi paesi del Golfo che permettevano scali per Tehran e le proprie compagnie di bandiera fornivano collegamenti costanti con l’Iran che è poi sempre stato il “Grande Dirimpettaio”.Sino a Doa tutto era nello standard occidentale,lasciata Doa si entrava veramente nella tana del lupo:pochissimi passeggeri,donne quasi assenti e rigorosamente velate,cibo in linea con precisi precetti religiosi,assenza di alcool ,orario impossibile.A mezzanotte eravamo nella Las Vegas del Golfo Persico (veramente sfarzosa ed eccessiva),alle quattro del mattino stavamo atterrando nell’aereoporto internazionale di Tehran.Pensavo ai controlli che mi attendevano,ad un aeroporto militarizzato,ai confini del mondo civile,alla propaganda delle immagini,invece……niente!Stanchi ma tesissimi scendemmo in questo grande scalo aereo,modernissimo,severo,cemento e cristallo,assolutamente privo di immagini.Controlli minimi,bagagli in ordine,un funzionario sorridente della dogana mi fece notare come la foto sul passaporto era probabilmente di un altro passeggero data la mia nuova folta barba.Effettivamente mi resi conto di essere irriconoscibile,ma anche che al funzionario ciò non interessa dato che probabilmente era superinformato sul mio conto.Passammo tutti in silenzio,la struttura era imponente,pulita,spettrale,senza anima viva .All’alba ci trovammo così in attesa del trasferimento in Hotel un po’ stupiti e delusi:nessun passeggero in transito,nessuna gigantografia di Komeini,nessun interrogatorio dei servizi,nessun passdaran,nemmeno una carta per terra,cemento armato di qualità superiore…..che strano posto. Le donne del nostro gruppo erano silenziose e tese:avevano infatti l’indicazione di non scoprirsi il capo per nessuna ragione,nemmeno in contesti privati.E questo per una occidentale è veramente insopportabile,ma così hanno dovuto fare sino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno,rispettando le regole del gioco un po’ per paura ,un po’ perche’ nello spirito del luogo ,con un tocco inatteso di fascino in piu’.Credo però che il volto completamente coperto di altre realtà medioorientali sia davvero una misura ben piu’ pesante,ma così è…..almeno per ora.

L’ingresso nel paese allora piu’ difficile del mondo è stata una passeggiata….ed inevitabile è stata la battuta all’interno del gruppo:certo, chi vuoi che si preoccupi dei furti se sei in casa dei ladri!E già qui tutti manifestavamo il sentire comune che “noi” eravamo le potenziali prede e “loro”, gli indigeni, i potenziali terroristi.Quindi nessun rischio di terrorismo in casa dei terroristi!Assioma subliminare ma in qualche modo rassicurante,dato che nello stesso giorno erano stai bloccati gli scali internazionali di Londra,Parigi,New York per allarme terrorismo!

panoramica

panoramica

 

 

 

 

 

 

Finalmente venimmo trasportati in Hotel attraversando tutta Tehran con un’alba incredibile.La  megalopoli ancora sonnolenta,le montagne circostanti innevate,il clima secco e mite,il cielo zaffiro di un tardo Ottobre incantato .Ero  sfinito ,ma  tutto era così bello che non riuscivo a rilassarmi.La luce, tipica dei paesi del deserto,se possibile era ancora più tersa ed avvolgente.Arrivammo finalmente all’Hotel per ospiti stranieri splendido e decadente,davvero Praga anni ’70.Tutti gentilissimi,servizio impeccabile,camere retrò ma pulite,vista indimenticabile sulle cime innevate circostanti.Scoprii chè Teheran è una megalopoli adagiata su pendici montuose (i famosi Monti Elburz) che degradano sino al deserto e svenni sul letto in un sonno profondo.

 

panoramica

panoramica

La mattina successiva ,di buon ora ,mi recai al padiglione congressuale nei pressi dell’Università e di una ultramoderna struttura ospedaliera da poco terminata,per iniziare i lavori scientifici.Il quartiere era moderno ed elegante situato nella parte più alta della “città  estiva” dove il sultano risiedeva nei mesi piu caldi.Il traffico era intenso,ma ordinato e ciò che mi colpì da subito fu la pulizia dei quartieri attraversati e la quantità di particolari platani che bordeggiavano tutte le strade percorse.All’ingresso della segreteria scientifica incontrai gli altri colleghi italiani ed alcuni chirurghi mediorientali che mi furono presentati.Scoprii che avevamo conoscenze in comune e che molti dei professionisti conosciuti nelle mie esperienze lavorative inglesi ed americane erano ora stimati docenti delle università nazionali(in Giordania per esempio ed al Cairo).Il tono così divento’ immediatamente familiare e ci scambiammo informazioni e valutazioni come se ci fossimo sempre conosciuti.Questa è la cosa che mi ha sempre affascinato della comunità scientifica.Si trova subito un canale comune di scambio.In particolare stabilii un contatto “a pelle” con un chirurgo dell’ambasciata libanese sposato con una italiana di Lecce e con alcuni medici iraniani della segreteria scientifica.In particolare una giovane chirurga plastica responsabile  dello staff organizzatore che da quel momento mi trasferi’ una massa di informazioni e valutazioni essenziali per capire cosa stava succedendo in quel paese.Le donne che ho incontrato nel contesto medico universitario erano numerose,assolutamente gentili,somaticamente molto diverse tra loro ma tutte iperefficienti,con ottimo inglese,eccitate per la possibilità di interagire con il resto del mondo.Portavano tutte il foulard sui capelli ed indossavano prevalentemente pantaloni e casacche marroni e nere.Questi sono i colori che prevalevano in tutta Tehran.E già questo è stato uno shock.L’abolizione dei colori sgargianti a cui eravamo abituati accese in modo incredibile gli sguardi e le espressioni.Tutto diventava più serio ed intenso.Venendo da un contesto,il nostro, in cui quasi tutte le figure femminili di spicco sembrano pornostar mancate,il contrasto era stridente.E già qui il fastidio che pensavo di provare fin da subito nei confronti del mondo repressivo persiano si ribalto’ contro alcuni stereotipi nostrani che evidentemente mi avevano saturato.E questa sensazione non me la sono più tolta durante tutto il soggiorno.Così tra nuovi amici poliglotta,racconti di confine ed italiani finalmente piacevoli,critici e competenti, inizio’ una nuova avventura.Svolsi la mia relazione ,scambiai informazioni ed indirizzi,risposi ai numerosi interventi e mi convinsi che il mondo èra veramente ormai piccolo e che il  nostro vantaggio tecnologico aveva ormai il fiato corto.Tutti infatti ormai erano pronti alla nuova chirurgia ed alle nuove tecnologie,si trattava solo di affinare conoscenze e finanziamenti.Ma la strada era ormai aperta e la sensazione di essere stato impropriamente considerato un “esperto” a livello planetario era folgorante.Sensazione che avevo già avuto in altri paesi ma che qui è stata potentissima perché non  mitigata dalla onnipotenza americana.E questo è stato un altro elemento che mi ha colpito da subito.Mancavano solo gli Americani,nemici ufficiali del regime da trenta anni e l’Europa era vissuta  come unico interprete della modernità.Quanto mi è piaciuta questa cosa anche se sapevo perfettamente che non corrispondeva al vero!Comunque decisi di approfittarne e di America quasi non si parlò.Così vennero fuori i nostri giochi ,gli equilibri con i francesi,inglesi e tedeschi.Le immense risorse in gioco e l’opportunità di occupare mercati ormai pronti ad esplodere con tenologie e brevetti europei.All’inizio pensai che ciò fosse sleale nei confronti degli amici Americani ,poi capii che era tutto un gioco e che la stragrande quota delle tecnologie in ballo era comunque americana anche se dietro mentite spoglie.Potenza del mercato!Ma soprattutto potenza del viaggio.

 Finalmente una gigantografia di Komeini:all’ingresso dell’Università.La prima e quasi l’ultima.La città era asettica,nessun manifesto,nessun tazebao.Tutti erano apparentemente laboriosi e di fretta, ma sotto sotto…….

 

panoramica

panoramica

 

Appena possibile mi allontanai e mi tuffai alla scoperta di Tehran.Un rapido programma per non perdere i musei fondamentali e le occasioni d’incontro proposte dall’organizzazione del congresso.Decisi comunque di iniziare da solo con alcune mete tipiche quali il grande bazar,il centro storico,la residenza imperiale ormai tranquillizzato sulla constatazione che nemmeno gli iraniani “mangiano i bambini”.Scoprii così che Theran pur nascendo su un sito archeologico antichissimo in realtà è stata completamente ricostruita dopo l’invasione dei Mongoli e successivamente promossa capitale con ristrutturazioni ed ampliamenti  nel XVII° e XVIII° secolo.Manca quindi di un vero e proprio centro storico e si sviluppa su quartieri spesso eterogenei a quote di altitudine variabili con residenze estive o invernali correlate alla quota stessa.Conveniva quindi individuare alcune mete precise ed attraversare i quartieri che le separavano possibilmente con taxi data l’enorme estensione dell’area urbana.Non trovai biciclette o motocicli a noleggio e tutto era complicato dall’impossibilità di un cambio credibile della valuta.Decisi pertanto di accodarmi,forse per la prima volta da molti anni,alla guida ufficiale del gruppo e di sganciarmi solo per piccoli trasferimenti.Certamente questa non era una città turistica,anzi tutto la rendeva molto difficile da conoscere:la mancanza di un vero centro storico,l’enorme estensione dell’area urbana,l’assenza totale di turisti stranieri,la difficoltà di usare l’inglese se non in ambito scientifico,l’assenza di un cambio ufficiale e l’impossibilità di usare carte di credito,la proibizione di poter noleggiare mezzi,tutto sembrava congiurare contro una seppur superficiale conoscenza della città.Davvero la similitudine con l’est europeo prima della caduta del muro era attinente,ed io ho sempre odiato le visite guidate obbligatorie!Le mete classiche però erano tutte interessanti e la storia della Persia è veramente notevole.

 

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Alcune tappe sono secondo mè imperdibili quali il museo nazionale del tappeto persiano e quello del vetro.Il valore estetico ed archeologico sono inimmaginabili.Si giunge sino alle primissime rappresentazioni del mito di Ghilgamesh!Poi preso coraggio,convintomi che davvero i persiani ,come i comunisti ,non mangiavano i bambini e nemmeno gli occidentali,mi sganciai ripetutamente dal gruppo.Uno spasso veramente:il mio vestire casual , la barba folta ed una manciata di euro in tasca,mi permisero di sentirmi a mio agio ovunque.Entrai dove capitava:negozi,librerie,locali per giovani,parchi pubblici,centri religiosi.E sin dal primo impatto mi convinsi che la popolazione urbana era civile e gentile.Quasi nessuno parlava inglese,ma tutti avevano una gran voglia di comunicare.Evidente a tutti i livelli la schizofrenia tra il comportamento pubblico e quello privato.Precisione matematica nel rispetto delle norme in pubblico,capo coperto le donne,vestiti spartani con colori smorti,grande pulizia nelle strade,assenza pressoché assoluta di piccola delinquenza,frotte di giovani e bambini.Tante famiglie a passeggio per i parchi.

 

 

Ma a guardare meglio poi……molte le ragazze che erano truccate,gli sguardi  fieri e trasgressivi.Nei locali giusti minigonne vertiginose e discorsi molto occidentali.Internet ovunque,con o senza censura tanto era comunque incontrollabile su una popolazione urbana così vasta.Mi convinsi anche dai saltuari discorsi in inglese che qui le donne non ne potevano veramente più ed erano determinate ad esplodere nonostante i trenta anni di repressione.Anzi la sensazione era che la storia si fosse già nuovamente messa in moto……era solo questione di tempo.La sensazione per strada era nettissima.Gli uomini dell’ ultima generazione  condividevano queste aspettative ,gli anziani invece erano i loro veri nemici, alleati dello status quo.La giornata volò via,non mi avevano derubato,non mi avevano rapito,forse non si erano nemmeno accorti che esistevo!Non sapevo esattamente dove ero finito,ma di colpo mi ricordai che alle 20.00 dovevo essere pronto per l’incontro ufficiale alla nostra ambasciata.Mannaggia ,non lo volevo perdere,ma quanto ci sarebbe voluto per tornare all’hotel?

Una vita.Con il taxi a tutta velocità scoprii la vera estensione della metropoli,una massa di autoveicoli che non ricordo nemmeno negli USA,una quantità di olmi che bordeggiano tutte ,ma dico tutte le strade percorse,bellissimi ,con le radici bagnate da rivoli di acqua sorgiva che dalle pendici montuose irrigano tutta la rete stradale urbana,dai quartieri estivi a quelli sul margine del deserto.Una meraviglia.Theran nonostante l’altissimo inquinamento è tutta verde.E la ricchezza d’acqua capisci essere la sua caratteristica vitale,come la presenza protettiva della montagna,delle sue nevi quasi perenni,del suo clima incantevole almeno in questa stagione.Come per miracolo alle 20 ero in hotel e scoprii che il taxi non aveva tassametro e che tutti mi stavano aspettando…..detti una banconota qualsiasi al taxista e mai saprò di quanto sono stato sopra alla tariffa locale.Tanto capii che era inutile cercare di capire.Non esisteva mercato.

 Mi preparai,versione pinguino,in dieci minuti e si ripartì questa volta con autobus. E di nuovo ci dirigemmo verso i quartieri alti ,anzi altissimi.Nessuno sembrava conoscere la strada giusta,ma come stabilito per miracolo alle 21.30 fummo davanti alla nostra ambasciata.Una reggia!Villa superprotetta principesca con parco di altri tempi,tempio ed harem attiguo.Come mi sarebbe piaciuto fare l’ambasciatore!Venimmo accompagnati all’ingresso della residenza storica ,l’ambasciatore ci accolse individualmente e ci introdusse in una serie d’interni mozzafiato:maioliche,ceramiche,legni pregiati ovunque senza sfarzo,ma con grande ricercatezza.Antico e moderno come piace a mè,che spettacolo.Per un po’ mi persi nell’osservare attentamente tutti gli ambienti a cui eravamo ammessi:un mix tra museo,biblioteca snob,ambiente da ascolto,lettura ,degustazione ,sogno……Poi le parole dell’ambasciatore mi risvegliarono,ci stava chiedendo cosa facevamo nella nostra vita e che idea avevamo dell’Iran.Tutti non aspettavamo altro è ci gettammo in una ridda di osservazioni e domande.Veramente liberatorio ed interessantissimo.Un vero esperto di storia,economia,filosofia politica,arte.La cena fu squisita ma tutti avevamo troppo da chiedere ed il nostro ospite scoprimmo essere in una serata un po’ particolare.Era letteralmente disperato,anche se un diplomatico pensiamo non debba mai dovere darlo a vedere.Ma dopo tre ore di pressing ,ed un vero transfert, mi raccontò alcune cose assai delicate pregandomi di non farne parola.Percepii un feeling fortissimo tra noi tutti e con me in particolare.Andarono a segno alcune valutazioni delicatissime e tra pochi intimi uno sfogo che mi fa venire ancora la pelle d’oca.Capii che la situazione era tesissima,che la mattina successiva doveva prendere decisioni scomode,che si sentiva solo e diciamolo pure, tradito dal nostro governo di allora.Avrei lasciato tutto e mi sarei trasformato in consulente d’ambasciata……il mio amore per la politica internazionale infatti è almeno pari al mio fastidio per la politica interna.Sin da quando ero ragazzo.E parlare di cose proibite,in un paese antioccidentale in cui vigeva la pena di morte per gli atei,e noi tutti…..e sicuramente spiati……con gli israeliani pronti ad intervenire per distruggere i reattori nucleari…….e gli americani che condizionavano la politica estera ed economica italiana…..ed i francesi invece……ed i tedeschi…..per non parlare del governo nazionale……ero eccitattissimo.Non sono mai stato così eccitato.Rimanemmo  soli e sua Eccellenza si lasciò andare ad alcune confidenze che dovevo dimenticare,che ho già dimenticato…..che non dimenticherò mai!Tra informazioni superriservate che magari sapevano tutti,giochi di potere,spie e politica,credevo non avrei dormito per i successivi dieci giorni.Che nottata!Tutti insieme tornammo molto tardi,ma io sarei rimasto ed il giorno dopo avrei fatto…..e poi….e poi….tra inviti e ringraziamenti fortunatamente mi portarono via.Al rientro in Italia mi sono sentito di scrivere alcune valutazioni e di discuterne con lui sapendo che tutto era controllato ed intercettato.Tuttora lo ritengo il primo esponente del nostro apparato pubblico di cui mi sono sentito orgoglioso come cittadino italiano.Ma che strano proprio in Iran dovevo trovare un politico senza difetti! Come previsto dopo pochi giorni scoppiò la rivolta popolare e la repressione.Non ho saputo piu’ nulla.Ma quello che penso della situazione Iraniana oggi è molto diverso da quello che pensavo prima di partire.

 Ovviamente non dormii.Il giorno dopo era festivo ed io ero libero da relazioni.Passaii al palazzo congressuale,scambiai qualche valutazione con i colleghi mediorientali ed iraniani e subito si coagulò un gruppetto di curiosi liberi da impegni scientifici:”andiamo sulla neve,con un po’ di fortuna forse sciamo”.Evviva!Con alcuni colleghi italiani,simpaticissimi,un chirurgo libanese,un siriano ed un giordano in barba a tutte le guerre prendemmo una navetta è ci dirigemmo verso gli impianti di risalita della capitale.

Monti Elburz

Monti Elburz

Monti Elburz

Monti Elburz

 

 

Monti Elburz

Monti Elburz

 

Si perché le montagne che separano Theran dal mar Caspio son rinomate per le località scistiche ,oltre che per gli ambienti naturalistici unici e per le profonde gole che costituivano una rotta antichissima della via della seta.Sci ,archeologia,natura incontaminata…. riuscii perfino a dimenticarmi per un po’ dell’ambasciatore.Salimmo cantando a squarciagola canzoni e stornellate da caserma.Assurdo, le conoscevamo tutti e nessuno oggi ammetterebbe di averle cantate!La cosa si fece veramente divertente.Usciti con qualche difficoltà dai quartieri periferici,risalimmo una gola profonda sino ad un villaggio in quota da cui partivano impianti di risalita da modernariato.Mi sembrava di essere in Afganistan dove non sono mai stato!Ma così me lo immaginavo.Edilizia improbabile,frutta secca e candita ovunque,assaggiai dell’ottimo tamarindo e sperai di non aver commesso un errore fatale.Salimmo con il primo impianto anni 50’ ed il paesaggio divenne tibetano.Durissimo,roccia pura,sentieri tipo carovaniere,la neve sempre piu’ vicina.L’inquinamento vergognoso della valle  ormai lontano,qui volavano le aquile,davvero!Nel tratto di alta via che ci separava dalle prime primitive piste,un ragazzo giovanissimo mi invitò nella stamberga in cui lavorava chiedendomi in buon inglese quale fosse il segreto dello sviluppo economico italiano.Tutti ci sedemmo e ci chiedemmo quale sviluppo economico? Eravamo appena entrati nella peggior crisi dal ’29!Poi mi accorsi che eravamo seduti su bellissimi cuscini di lana molto colorata su una terrazza di legno affacciata sulla gola innevata.Mi uscirono tre banalità che fecero  però colpo su di lui e soprattutto sul gruppo che mi prese in giro per questo sino al ritorno:assetto politico adatto,risorse umane motivate,inventiva.Bhe in effetti attualmente ci mancano tutte e tre!Salimmo in quota e rimediammo scarponi e sci non proprio tecnici.

Ma poi che spettacolo…..neve non battuta ma compatta,cielo zaffiro,montagne rosse,il deserto in lontananza.Ricordo esperienze del genere solo in Libano e nelle Montagne Rocciose,ma qui il senso di immenso ed arcaico è fantastico.E’ come sciare tra i minareti e le vie carovaniere,ha veramente qualche cosa di surreale e fiabesco.

Dovevamo rientrare,maledettamente troppo presto,cena privata tra chirurghi e poi in piena notte si rientrava a Roma!Temevo una noiosa cena di protocollo,ed invece…..

 

Milad Tower top

Milad Tower top

Milad Tower

Milad Tower

 Alle 20.00 appuntamento alla base della meravigliosa Milad Tower, nel quartiere dell’Università,alta 435m.Sembrava di essere a Montreal e con gioia appresi che ci era concessa una rapida visita:si perché si poteva entrare solo se ospiti del governo,per ragioni di sicurezza…….d’altra parte se tiri giù le torri del tuo nemico ,poi temi che tirino giù anche la tua….e sarebbe stato un vero peccato:l’emozione di raggiungere la piattaforma panoramica dopo aver attraversato tutto il museo della rivoluzione fu pari allo spettacolo di NY illuminata  dall’ultimo piano di ciascuna delle Torri gemelle.Theran ,un immenso mare di luce ,con quella brezzolina piacevolissima era davvero non immaginabile.Possibile che la modernità abitasse anche qui?

 

 

In qualche modo alle 22.00 fummo a casa del nostro ospite.Quartiere elegante,non sfarzoso.Villetta molto curata ,immersa nel verde.Portone all’inglese.Signora bionda,molto elegante,decisamente giovane e bella ad attenderci:iniziò in modo inaspettato una cena di commiato memorabile.Appena varcata la soglia… la mia casa ideale:flat su unico piano,luminosissimo,parquet alternato a ceramiche,arredamento moderno con pezzi di antiquariato persiano da urlo,cucina futurista a giorno,piscina parzialmente all’interno della zona giorno,pianoforte a coda che dominava la biblioteca,piante e fiori studiatissimi.Non so come, non so perché poco dopo ero seduto sul pavimento,già senza giacca e cravatta a discutere di jazz e vino con la padrona di casa .Gli altri hanno fatto altrettanto e tra un assaggio e l’altro di piatti dalla speziatura leggera e raffinata, iniziammo a sorseggiare una selezione di vini di eccellente livello che il nostro ospite,sornione,stappava con  compiacimento.Finalmente!Una cantina fornitissima ed una atmosfera sempre piu’ calda e cordiale.Finimmo intorno al piano con un chirurgo ucraino ottimo interpetre di musica moderna,Jazz,pop.In breve eravamo tutti nati a Theran e quando le signore si alternarono al piano suonando e contando pezzi persiani,pensai a quale borghesia abitasse questo paese!Un mix memorabile di Mediterraneo,America e Medio Oriente.La miscela che preferisco e che non riesco a spiegare ai detrattori:ci sono le nostre radici ed il nostro futuro,il nostro oggi globalizzato e la possibilità di scegliere la contaminazione come metodo.Il Jazz ed i ritmi etnici….è esattamente ciò che preferisco,anche se capisco perfettamente che questo è un limitatissimo esperimento di elite.Ma io non sono mai stato di maggioranza ,di nessuna maggioranza!La serata volò,ognuno parlava di sé ed ascoltava le confidenze dell’altro come se qualcosa stesse per finire per sempre all’indomani.Un rispetto ed una armonia che nasceva dalla stima e dalla cognizione che l’altro aveva perfettamente capito il contesto e non cercava strumentalizzazioni. In questo riconosco che noi italiani,quando vogliamo siamo irresistibili:non un discorso fuori posto,una capacità di unire e sdrammatizzare unica,una disponibilità al confronto senza giudizi che a casa abbiamo chissà perché completamente perso…..e così io che non ho mai fumato mi trovai a provare il narghilè,ad assaggiare ogni tipo di frutto del deserto,dissertare di sanità euro-asiatica,a prospettare esperienze comuni.Che bello sognare!

 Mi ritrovai in volo per Doa con ancora qualche bacca di gelso e qualche incantevole pistacchio in tasca……Era stato tutto falsato dal contesto scientifico,o era  tutto vero?.Finalmente mi rilassai e mi risvegliai mentre sorvolavamo  l’enorme distesa di roccia rossa della Penisola Arabica.

 “Spero che presto le cose cambino  e che questa splendida gente possa finalmente ballare e bere per strada…..poi a pensarci bene spero anche  che qualche cosa succeda anche da noi dove ormai ci siamo costruiti un piccolo recinto individuale e non abbiamo piu’ voglia di ballare e bere insieme per strada pur potendolo fare”.

 Trenta giorni dal rientro appresi che manifestazioni di massa erano state duramente represse a Theran.Poche settimane dopo esplose” la primavera araba”in tutti i paesi del NordAfrica e MedioOriente.Come quando ero liceale mi trovai ancora ,con sorpresa, commosso dai movimenti di liberazione……..ma inquieto sul cosa avrebbero comportato…….

 

Auguri Theran. 

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Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

grafene

Nanotecnologie ed il “materialedelle meraviglie”

Grafene,ai piu’ ancora questo innovativo materiale dice poco.Ma ricordiamoci questo nome,ne sentiremo parlare a lungo.E’ considerato infatti uno dei materiali piu’ promettenti del futuro ed è costituito da un unico strato di atomi di carbonio collocati su una struttura a nido d’ape,ultrasottile,flessibile,200 volte piu’ resistente dell’acciaio,ottimo conduttore di calore ed elettricità oltre che trasparente.Nel 2004 un gruppo di ricercatori dell’Università di Manchester guidati da A.Geim e K.Novoselov,riuscì per la prima volta ad isolare il grafene in laboratorio armati di nastro adesivo e fette ultrasottili di grafite.Fette monoatomiche di matite insomma!La scoperta fu considerata rivoluzionaria da subito e solo sei anni dopo ,nel 2010,comportò il conferimento del premio Nobel per la fisica.Oggi tutto il mondo cerca di produrre grafene puro a basso costo.Un gruppo giapponese(Tanizawa)è già riuscito a produrne frammenti di ottima qualità con metodi di sintesi chimico-biologica tramite batteri della specie Shewanella oneidensis.Sono stati già realizzati transistor superveloci,modulatori ottici (veri e propri “interruttori luminosi”),filtri per sostonze gassose superefficienti testandone solo alcune caratteristiche chimico-fisiche.Oltre la rivoluzione nel campo dell’elettronica,dei conduttori superveloci,nel campo dell’ottica,degli schermi touchscreen,delle batterie ad alta capacità,dei nuovi pannelli solari,dei materiali plastici,ci attendiamo sommovimenti tellurici nei campi piu’ disparati delle nuove tecnologie.Dato che in questo momento mi stò dedicando ai nuovi materiali protesici applicabili alla chirurgia di parete mininvasiva sogno un avveneristico graft ultrasottile,fortissimo,assolutamente biocompatibile.Chissà che un micrograft al grafene possa un giorno essere oltre che un valido sistema di riparazione parietale anche un impianto di una nanocentralina multifunzione!

 L’Editore 8 Dicembre 2012

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Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

Chirurgia dei lumi

Chirurgia dei lumi

Chirurgia dei lumi

La Chirurgia nel XVIII° secolo

Nascita di una professione, quella di chirurgo.Nel corso del diciottesimo secolo il chirurgo urbano e d’elite rinunciò ad assortire le sue pratiche con quelle di barbiere, o addirittura di suppliziatore e di boia. Mirò a uno statuto più alto, pari in dignità a quello del medico, e lo raggiunse, o vi si avvicinò, sostenuto in Francia nella sua ascesa dalla solidarietà degli enciclopedisti, e dalla valorizzazione, che essi intrapresero, delle arti e della manualità.Ma la complicità ideologica non scaccia la paura dei ferri:d’Alembert, uno dei curatori dell’Encyclopédie”, preferì lasciarsi morire piuttosto che essere “tagliato per calcolo “. Lastoria del Chirurgo dei Lumi, questo “professionista emergente” del Settecento, con scrigni e cassette ricche di forbiti metalli, è carica di luci e di ombre, di successi tecnici e di abissi d’orrore. 

Nel 1744, un chirurgo di provincia di nome Tostain, aiuto del primo chirurgo del re a Saint-Loin Normandia, inviò all’Accademia di Chirurgia di Parigi la descrizione di un’operazioneche aveva eseguito di recente su un bambino di nove anni affetto da calcoli alla vescica:

“…decisi di fare l’operazione, che mi sembrava ancora più difficile dato che il bambino era assai antipatico e cattivo, e all’inizio non ero sicuro che avesse un calcolo poiché non erapossibile esplorare con la sonda dentro quel carcinoma che non lasciava spazio. Anchequando riuscii a immobilizzare il bambino, ebbi difficoltà a localizzare il calcolo col miocatetere. Quando finalmente ci riuscii, volevo fare l’operazione laterale, ma dato che eraimpossibile muovere la sonda, dovetti decidermi per il “grand appareil”. L’impedimento misembrò tutt’altro che trascurabile: infatti, puntando il bisturi da litotomia verso l’incavo della sonda, incisi facilmente la pelle, ma dovetti passare avanti e indietro cinque o sei volte sulla membrana dell’uretra prima di riuscire ad arrivare a scoprire l’incavo. La cosa mi fece inveire un poco contro lo strumento e contro chi lo aveva affilato. Cambiai la lama due volte, e ebbi veramente difficoltà a completare l’incisione, dopodiché introdussi il gorgeret(un tipo di dilatatore) e con difficoltà dilatai l’incisione. Poi la cavità si aprì con forza esercitandovi uno sforzo violento. Non volli ritirare il gorgeret per paura di perdere la strada, dato che il bambino si contorceva violentemente contraendo il diaframma e i muscoliaddominali. Ma mi scoraggiai quando, introducendo il dito indice, sentii che il calcolo era attaccato in maniera così salda che non riuscivo affatto a muoverlo. Alla fine, lo afferrai e loestrassi, senza lasciarci alcun frammento. Il paziente venne colto da febbre subitanea. Cadde in un vaneggiamento delirante. Gli feci fare due salassi, ma senza risultato. La febbre non diminuì, e morì il martedì successivo …”(1)

 Non c’è da stupirsi se l’Accademia scelse di lasciare questo orrendo resoconto di Tostaininedito nei suoi archivi. Esso mette infatti in evidenza, in modo fin troppo esplicito, il baratrodi orrore di un’importante operazione chirurgica nel secolo diciottesimo. Per parafrasare lafamosa osservazione del Dr. Samuel Johnson, quel che è notevole della chirurgia nel periodo precedente l’uso di efficaci antidolorifici o prima che si arrivasse a capire la causadell’infezione delle ferite, non è il fatto che fosse praticata male, ma semplicemente chefosse praticata. In un tempo in cui la parola “paziente” significava di solito un criminalesottoposto a tortura per mano di un boia (che spesso si trasformava anche in conciaossa)(2),lo sfortunato “paziente” di un chirurgo soffriva un’agonia simile.Il filosofo Denis Diderotconsigliava infatti di sostituire esperimenti chirurgici alle punizioni capitali, di modo che leesecuzioni servissero almeno a uno scopo costruttivo. Diderot stesso, andrebbe aggiunto,impallidiva all’idea, ma sperava che i chirurghi trovassero quelcoraggio che a lui mancava(3). I chirurghi eran ben consapevoli del terrore che incuteva il loro operato. Si dovrebbe prender ogni precauzione, scriveva Pierre Dionis, per tener nascosi alla vista gli strumenti chirurgici (4). Jacques Tenon insistè perché sipredisponesse una sala chirurgica separata all’Hòtel-Dieu a Parigi (probabilmente il luogo nel quale si effettuava la maggior parte di tutti gli interventi dell’intera Europa) così danascondere a quelli che aspettavano e a quelli che si stavano riprendendo da un’operazione la vista e i suoni della loro imminente o recente “tortura”(5) Solo a sentir nominare la parola “trapanazione” o “litotomia” i pazienti potevano spaventarsi al punto da rifiutare di sottoporsi a operazioni magari necessarie (6). Il collega di Diderot, Jean L Rond d’Alembert accettò la morte piuttosto che essere “tagliato per il calcolo”. E ci consta che perfino i chirurghi stessi abbiano spesso fatto altrettanto (7).Molti di quelli che riuscivano a sopravvivere per giorni o settimane a operazioni chirurgiche, morivano per infezioni post-operatorie, lasciando ichirurghi confusi e scoraggiati: “sembra difficile spiegare la causa che ha potuto produrre tutti gli inconvenienti sopraggiunti dopo l’operazione”, scrisse un chirurgo dell’ospedale della Carità di Parigi riguardo ad uno dei sei decessi su una serie di dodici

 

pazienti operati per calcoli, il12maggio 1737. In circostanze del genere, si è portati achiedersi come mai ci fosse chi, nonostante tutto,acconsentiva a essere operato. In molti casi, in effetti, i pazienti “acconsentivano” alla chirurgia solo quando i dolori da cui erano affetti diventavano insopportabili e prevalevano sulla paura e il dolore del sinistro rituale terapeutico. I chirurghi dell’Hotel-Dieu raccontavano che i pazienti andavano “quasi con gioia” all’anfiteatro dell’ospedale dove avvenivano le amputazioni, tanto intensa era la loroagonia (8).I rapporti clinici concernenti le perazioni di litotomia specificano il numero di anni durante i quali le vittime sopportavano i calcoli prima di sottoporsi finalmente aun’operazione chirurgica. Il giovane paziente di Tostain aveva sofferto i sintomi per sei anni; un uomo di ventinove anni aveva sofferto dall’età di nove o dieci, “tanto temeva operazione”; un diciottenne, la cui operazione di litotomia all’Hòtel-Dieu nel 1732 ebbe successo, aveva sopportato la sua malattia dalla nascita senza quasi nessuna tregua al dolore (9).  La chirurgia rimase così un paradosso per tutta la prima parte dell’età moderna. Prove terribili che evocavano paura,dolore e terrore, che portavano spesso infezioni e morte, le operazioni chirurgiche potevano essere allo stesso tempo interventi che salvavano la vita o liberavano dal dolore e dall’invalidità.Per i chirurghi, le operazioni costituivano anche un raffinato paradosso, rivelando i severi limiti della pratica e allo stesso tempo servendo da supporto alle pretese di potere avanzate dalla professione.

 

La chirurgia francese: storia di un successo dell’Illuminismo.

 

Durante la seconda metà del secolo diciottesimo, la chirurgia francese godè di un prestigio senza pari, specie se ci riferiamo al suo status precedente. Per molti aspetti l’arte della chirurgia riuniva in sé valori cari alla cultura illuminista.Conoscenza scientifica, abilità professionale, utilità sociale e risolutezza nell’azione, si fondevano nella figura del chirurgo ideale che Sébastien Mercier nel suo Tableau de Paris (1783)caratterizò in termini eroici come colui i cui poteri dovrebbero essere “presque surnaturels”(10).Mercier profondeva lodi sulla chirurgia (“quest’arte ha fatto progressi incredibili, e che si ammirano a ragione … le operazioni più importanti, che cento anni fa erano le più difficili,ora si avvicinano alla perfezione”) mentre criticava aspramente la medicina, come aveva fatto Molière più di un secolo prima”(11). Una certa affinità con l’immagine più letterale dell’Illuminismo (“l’operazione della mano non è mai nascosta; è alla luce del giorno che si giudica tutto”)(12) distingueva anche la chirurgia dalla medicina interna, il cui oggetto rimaneva nascosto alla vista e i cui praticanti troppo spesso brancolavano nel buio, alle prese con malattie mal definite, con rimedi inefficaci.Se, come aveva predetto Cartesio, una medicina scientificamente fondata offriva la speranza migliore per aumentare il benessere dell’umanità, a parte il vaccino per il vaiolo non c’era molto che gli illuministi potessero far valere come passo significativo in questa direzione (13). La chirurgia, per contrasto, curava colui che soffriva di calcoli, ridava la vista a chi era vittima della cateratta, restituiva un linguaggio intelligibile al bambino col labbro leporino, la vita al soldato ferito. I miracoli della medicina, quali ci si aspettava nel modo di pensare laicizzato del diciottesimo secolo, provenivano dall’intervento del chirurgo. Un pregio importante della chirurgia, secondo i canoni dei valori illuministici, era il suo primato di progresso cumulativo professionale. La chirurgia professionale era percepita come la tipica storia di un successo settecentesco, una lezione straordinaria e istruttiva su come”artisti” di merito, a forza di applicarsi collettivamente alla loro regione del sapere, potessero farne avanzare i confini e dare a sé stessi spicco nel mondo. Nel 1748 il giovane Denis Diderot appoggiò gli sforzi dei chirurghidi Parigi volti a conquistare l’autonomia dalla facoltà di medicina (14). Alcuni anni più tardi, Diderot consacrò ampio spazio nella sua Encyclopédie ad articoli sulla chirurgia scritti da chirurghi. Lì, sia le aspirazioni che i risultati della professione furono esposti al grandpublic(15). La nozione di chirurgo “artista”, che combinava il cervello con la mano, la teoria con la pratica, rappresentava perfettamente l’apogeo di un ideale illuminista e incarnava lo scopo del progetto dell’Encyclopédie di infondere nella filosofia un nuovo rispetto per”scienze, arti, e mestieri”(16). In un saggio ampio e polemico del 1774, Francois Quesnay (1694-1774) aveva distinti l’esperto “artista”chirurgico e i suoi pari… il geometra, l’architetto, lo scultore, il pittore e il chimico… dagli artigiani comuni (17) Quesnay stesso, autore di articoli fondamentali di economia politica per L’Encyclopédie, dopo aver percorso una carriera che lo aveva portato da modesto chirurgo e ostetrico (accoucheur) di una piccola città a segretario dell’Accademia di Chirurgia di Parigi, divenne finalmente medico dell’amante di Luigi XV, la patrona della cultura illuminista, Madame de Pompadour. Verso l’ultimo decennio dell’Ancien Regime, l’immagine della chirurgia come arte in ascesa appariva definitivamente stabilita. Commentatori al di fuori della professione, come Mercier, e medici che avevano in precedenza guardato con disprezzo i chirurghi, parlavano di una “rivoluzione” dei chirurghi nella società (18). Il matematico e filosofo Condorcet, facendo il panegirico di un collega chirurgo all’Accademia delle Scienze, si meravigliava che, solo quattro decenni prima, non venisse considerata necessaria per i chirurghi un’educazione liberale e che questi avessero in quell’epoca appartenuto alla stessa corporazione dei barbieri. Ora, diceva Condorcet, tutto era cambiato per il meglio (19). Prima di esaminare più da vicino la realtà su cui si fondava tale reputazione di riuscita,bisogna menzionare qualche sintomo inquietante che suggerisce come non tutto forse andasse tanto bene per laprofessione chirurgica. Nel 1774, l’Accademia di Chirurgia di Parigi pubblicò il suo quinto, poi dimostratosi anche ultimo, volume di Mémoires. Alla vigilia della Rivoluzione, la sospensione delle pubblicazioni era divenuta un forte imbarazzo per l’Accademia, sintomo di dissensi sugli scopi della professione e anche di un declino di vitalità scientifica. La seriefinale di articoli sugli strumenti chirurgici (1784-1793) portò all’attenzione la crescente preoccupazione dell’Accademia per questioni meramente tecniche, a discapito di più ampiproblemi teorici (20).

Nel 1762, l’eminente chirurgo di Rouen, Claude-Nicolas Lecat, si lamentava della persistente scarsa considerazione sociale in cui erano tenuti i chirurghi, nonostante un recente edittoreale in loro favore. Per Lecat, l’unica soluzione soddisfacente sarebbe stato che i chirurghi prendessero una seconda laurea in medicina per distinguersi dai semplici chirurghi di limitata educazione e di bassa condizione sociale. Questa via fu seguita generalmente dai principali chirurghi di provincia e dai chirurghi più giovani di Parigi.  Nel 1790, quando fu formato il Comité de Salubrità all’interno dell’Assemblea Costituente per dare un nuovo contesto alla medicina francese, non c’era un solo chirurgo fra i diciassette delegati medici. Questo rifletteva il fallimento dei chirurghi nel loro porsi socialmente e politicamente alla pari dei medici (21). I tre esempi specifici sopra riportati (e ne potrebbero esser citati molti altri) illustrano gravi tensioni all’interno della professione chirurgica francese. Fra considerevoli risultati durante il corso del secolo diciottesimo, queste tensioni, dapprima celate sotto la facciata del successo professionale, alla fine vennero alla luce. Per capire l’origine del conflitto, si devono sommariamente esaminare gli elementi del successoprofessionale e scientifico della chirurgia. Col senno dei primi anni del secolodiciannovesimo, R.B. Sabatier (1732-1811), capo chirurgo all’ospedale degli Invalides considerava i progressi che la chirurgia francese aveva fatto nel secolo precedente (22). Le credenziali di Sabatier come giudice e testimone oculare erano impressionanti, poiché aveva lavorato agli Invalides dal 1759 e aveva prestato servizio come professore di anatomia e di chirurgia al Collegio di Chirurgia per trentasette anni prima di ricoprire, nel 1794, la stessa cattedra all’école de sante di Parigi. Sabatier distingueva quattro categorie generali nel progresso chirurgico: 1) condizioni patologiche non descritte in precedenza o insufficientemente descritte.Queste includevano cateratte del cristallino, nuovi tipi di ernia, ascessi della cistifellea, rottura del tendine di Achille, e retroversioni dell’utero; 2) nuovi strumenti, incluse fasciature, sonde elastiche di gomma, pinze emostatiche per controllarel’emorragia, strumenti per legare i polipi; 3) nuove o perfezionate tecniche operatorie. Quil’elenco includeva l’operazione laterale per i calcoli alla vescica, estrazione della cateratta e altra chirurgia oculistica, operazioni per l’ernia strangolata, metodi di amputazione, taglio cesareo, operazioni di aneurisma, e altre; e 4) il trattamento di malattie “ricondotte a principi comuni”.Qui Sabatier elencava la medicazione delle ferite, in particolare le ferite da arma da fuoco, l’uso della sutura, il trattamento degli ascessi, delle fistole, delle malattie delle ossa, l’uso del cauterio, e l’ostetricia come aree in cui c’era stato un progresso.L’analisi implicava, anche se solo tacitamente, che il progresso era rallentato durante gli ultimi decennidell’Ancien Regime.Un esame più esauriente pubblicato nel 1773 in effetti elencava già la maggior parte delle innovazioni citate da Sabatier trenta anni dopo. Molte delle innovazioni citate da Sabatier erano state opera dell’eminente chirurgo parigino della prima metà delsecolo, Jean-Louis Petit, morto nel 1750(23). Un altro chirurgo il cui contributo fu importante fu il londinese William Cheselden, morto nel 1752. Il lavoro di Cheselden, soprattutto la sua operazione di incisione dell’iride per costruire una pupilla artificiale,suggeriva che i principali chirurghi inglesi potevano rivaleggiare con e, a volte, sorpassare i loro colleghi francesi (24).Il progresso nella conoscenza e nelle tecniche chirurgiche fu infatti un fenomeno europeo durante il diciottesimo secolo. Una rapida diffusione delle innovazioni entro e oltre i confini nazionali era di per sé forse la caratteristica più innovatrice della chirurgia.In nessun campo il processo di diffusione della conoscenza chirurgica era più evidente che nel caso delle nuove operazioni per i calcoli alla vescica. La litotomia, una tecnica conosciuta solo da pochi cosiddetti “esperti” e spesso custodita come un segreto di famiglia fino alla seconda metà del seicento,all’inizio del settecento divenne parte del repertorio del chirurgo abile e preparato.La storia di un nuovo tipo di operazione ai calcoli alla vescica, la cosiddetta operazione laterale, è un esempio particolarmente istruttivo del rifiuto  iniziale di una novità seguito da una  rapida diffusione una volta che questa si fu guadagnata l’approvazione dei chirurghi professionali (25). Nel 1698, un certo Frère Jacques fece ladimostrazione negli ospedali di Parigi di un nuovo modo di incisione dei calcoli la cui novità consisteva in una incisione obliqua perineale, rispetto all’incisioni centrale allora generalmente praticata e conosciuta come il grand appareil. Il metodo laterale offriva certi vantaggi rispetto al grand appareil per quanto riguardava la localizzazione e la dimensionedell’incisione del collo della vescica che permetteva l’estrazione di  calcoli più grossi, con più rapidità, e con l’uso di un minor numero di strumenti.I chirurghi parigini comunque, rifiutarono  il metodo di Frère Jacques, soprattutto a causa della poca conoscenza che ilchirurgo aveva dell’anatomia e per la sua condizione di guaritore girovago. Di lì poco, un chirurgo olandese ben preparato, esperto d’anatomia, Jacob Rau, imparò il metodo laterale da Frère Jacques e evidentemente lo usò con discreto successo durante i primi decenni del secolo diciottesimo. Sebbene Rau rifiutasse di pubblicare particolari sul suo procedimento, la tecnica alla fine passò dall’Olanda a Londra dove Cheselden la rese popolare verso la fine degli anni venti del diciottesimo secolo. Nel 1730,l’operazione laterale conosciuta ora come metodo di Cheselden o operazione all’inglese, ritornò in Francia, riportatavi da S.F.Morand, che l’anno precedente aveva ricevuto l’incarico dall’Accademia delle Scienze di andare a Londra a imparare la tecnica di Cheselden. La segretezza si trasformò in connivenza professionale quando Cheselden chiese al suo collega francese di nonpropagare le conoscenze sull’operazione prima di averne informato direttamente l’Accademia delle Scienze (26). Da allora in poi l’operazione laterale si diffuse rapidamente, nonostante la residua opposizione a Parigi da parte i chirurghi reali che continuarono perdiversi anni a favorire il grand appareil

 

Già verso la metà del secolo i chirurghi formatisi a Parigi avevano introdotto questa procedura nei centri provinciali e all’estero (27).Nel 1755, dopo una lunga serie di esperimenti su cadaveri, l’Accademia di Chinirgia di Parigi si schierò formalmente in favore della procedura un tempo controversa. Antoine Louis, segretario dell’Accademia, condannòil grand appareil come pratica “omicida”(28). Nuove conoscenze e nuove tecnicheincoraggiarono il progresso sociale e istituzionale della chirurgia. L’interesse crescente per le tecniche di litotomia, per esempio, giocarono evidentemente un ruolo nella fondazione dell’Accademia di Chirurgia di Parigi nel 1731 (29). Ma non si deve presupporre una connessione semplice, unidirezionale e causale fra il progresso della conoscenza e il conseguente progresso della professione. L’Accademia di Chirurgia nacque più come risposta alle aspirazioni collettive,intellettuali e sociali dei chirurghi d’elite parigini, che per qualsiasi novità concettuale o tecnica. L’Accademia, a sua volta,forniva una cornice per lasperimentazione critica e la diffusione delle nuove conoscenze. Questo avvenne per l’operazione di litotomia e per molte altre procedure specifiche (30). Stiamo qui trattando dell’interazione fra aspiranti professionisti e il loro lavoro scientifico, che necessita di un’analisi in termini di sociologia della conoscenza. Oltre i risultati specifici, l’Accademia di Chirurgia incoraggiava fra i suoi membri uno spirito di progresso collettivo e storicamente cumulativo. L’età dei Lumi poteva non durare in eterno , ma l’Accademia poteva garantire laconoscenza contro qualche futura età oscura funzionando come “depositaria” della verità (un corps dépositaire de la saine doctrine)(31). Infine, l’Accademia simboleggiava l’ingresso della chirurgia nella cultura dotta dell’Illuminismo, una cultura che aveva creato a Parigi accademie per le scienze, le lettere, la pittura, l’architettura, e le belle arti e una panoplia di accademie in provincia e all’estero.L’Accademia di Chirurgia conferì un particolare prestigio ai professionisti francesi di questa arte, come segno tangibile del patrocinio reale, comericompensa e incoraggiamento per gli uomini di talento a lavorare insieme alla pari, allaricerca di una conoscenza utile. Se per la professione l’Accademia era la più importante dimostrazione del sostegno reale, ce n’erano comunque molte altre. Durante la seconda metà del XVII secolo, la legislazione rafforzò la carica di primo chirurgo del re accordandogli crescente autorità e privilegi finanziari sulle corporazioni chirurgiche ocommunautés parigine e provinciali. Nel 1724, il governo reale istituì a Parigi cinque cattedre di chirurgia. A metà del secolo, la scuola di chirurgia ricevette il riconoscimento ufficiale di Collegio di Chirurgia. A un programma di studi sempre meglio definito, furono aggiunti nuovi corsi, mentre fu incorporata nel Collegio una école pratique di dissezione anatomica (1757) e una clinica o hospice (1774). Nel 1743, dopo la pubblicazione del primo volume di Mémoires dell’Accademia di Chirurgia, un decreto reale abolì formalmente a Parigi la professione di barbiere chirurgo e fece della laurea universitaria un requisitonecessario per tutti i futuri professionisti. Due questioni generali emergono da questo rapido quadro del progresso sociale e istituzionale della chirurgia durante il XVIII secolo. In primo luogo, le riforme erano fortemente centralizzate a Parigi. Montpellier, Lione,Bordeaux,Tolosa, Digione e altri centri provinciali fondarono Collegi di Chirurgia analoghi a quello di Parigi, sebbene su scala molto più ridotta. Bordeaux imitò persino il precedente parigino di una società dotta di chirurgia. Ma mentre il sostegno finanziario reale era generoso per i chirurghi di Parigi, culminando in fondi per la costruzione di nuovi magnifici edifici (1769-1774) ad opera dell’architetto del re, Jacques Gondoin, (l’Accademia di Chirurgia di Parigiereditò anche gran parte del patrimonio di La Peyronie che ammontava a più di un milione di sterline nel 1747), per i chirurghi di provincia non esistevano simili risorse. In definitiva, la strategia per sviluppare la professione medica attingeva e dipendeva da una strutturaonnipresente nella Francia illuminista… il modello monarchico. Una professione unificata dipendeva, per la sua coesione, da una organizzazione estremamente gerarchica. Per il bene del progresso sociale e scientifico, i chirurghi di provincia seguivano gli ordini di Parigi, i chirurghi parigini a loro volta erano guidati da una élite interna che derivavi la sua autorità dal chirurgo di Versailles (32).In secondo luogo, poiché i principali chirurghi cercavano di definire la loro arte e, in particolare, di ribadire la loro autonomia rispetto ai medici, adottarono una posizione compatibile con la moderna specializzazione (33).I medici e i chirurghi avrebbero dovuto padroneggiare le stesse conoscenze teoriche… anatomia, fisiologia, patologia, semeiotica, igiene, terapia… dopodiché ognuno avrebbe proseguito occupandosi, nella pratica, di un particolare gruppo di malattie. La chirurgia “est une partieconstitutive de la Médecine”(34). La nozione di chirurgia come “medicina esterna” sostenuta nell’Encyclopédie fece indignare quei medici che volevano mantenere la nozione tradizionale di chirurgia come una fra le diverse modalità terapeutiche e come parte”subordinata” della medicina(35).Per la fine del secolo, comunque, prevalse la opinione che considerava la chirurgia e la medicina interna come campi separati di pratica professionale, all’interno di una medicina teoricamente unificata (36).L’esser riusciti a ottenere uno statusseparato, ma paritario, per la chirurgia, fu per molti versi il più grande trionfo dei chirurghi del secolo diciottesimo. Una volta ottenuto questo status così a lungo cercato, verso la metà del settecento, a Parigi, la professione divenne straordinariamente vulnerabile. Se la chirurgia era davvero un campo autonomo, un corpus di conoscenze e tecniche specialistiche, ne seguiva che i chirurghi non avrebbero più dovuto prestare la loro opera come professionisti “di second’ordine” nell’intero campo della medicina (per non parlare del lavoro di barbieri e parrucchieri). Si sarebbero dovuti, d’ora in poi, mantenere entro i limiti della loro particolare area di competenza. Ma la chirurgia così definita, potevaeffettivamente dar corso a una professione? Una risposta facile sarebbe un sonoro no; tuttavia il dilemma posto ai chirurghi francesi del settecento dalle tensioni interne fra il loro lavoro e la loro carriera richiede un esame più accurato

 

Chinirgia: casistica e tecnica

 

In mancanza di dati statistici, perfino per gli ospedali di Parigi, fino alla fine della terza decade dell’ottocento, si deve far ricorso ad altre e indirette misure per calcolare l’incidenza delle malattie esterne o operatorie durante l’Ancien Regime. Si era generalmente d’accordosul fatto che le malattie operatorie fossero molto meno comuni di quelle interne. Secondo Jacques Tenon, il maggior esperto di ospedali francesi, l’Hòtel-Dieu di Parigi ospitava cinque pazienti comuni per ogni paziente da operare. I registri di accettazione di un piccolo ospedale chirurgico di Parigi alla fine dell’Ancien Regime, il Collegio francese di Chirurgia (1774-1793),mostrano un vasto spettro di condizioni cliniche. Queste malattie riguardavano in generale tutte le parti del corpo, maquelle delle estremità, dell’apparato urogenitale, della testa, del collo, e degli occhi coprivano più del 75% delle ammissioni. Le infezioni secondarie, stando ai registri di accettazione, erano quasi pari all’insieme di tutte le malattiespecifiche.In questo modo indiretto, tenendo conto delle complicazioni a lungo termine, più che delle loro immediate conseguenze, le lesioni traumatiche avevano evidentemente l’impatto maggiore sulla percentuale dei malati e sulla mortalità.

 

Le operazioni chirurgiche più importanti

 

Quante operazioni chirurgiche della cosiddetta grande chirurgie venivano fatte in un anno a Parigi, una città di mezzo milione di abitanti? Dove venivano eseguite, da chi, e quantichirurghi riuscivano a guadagnarsi da vivere con questo tipo di lavoro?Rispondere a simili domande è difficile, se non impossibile, ma alcune registrazioni sparse e le riflessioni dei chirurghi contemporanei possono fornire degli elementi. Secondo Francois Quesnay, a Parigi ogni anno erano eseguite fuori degli ospedali, appena cento operazioni chirurgiche”degne di nota”. Solo negli ospedali, dichiarò Quesnay, i giovani chirurghi avevano la speranza di assistere a importanti operazioni in modo da prendere dimestichezza con taliprocedimenti (37).

 

Tipi e frequenze di malattie al Collegio di Chirurgia dell’Ospedale di Parigi:

 

Lesione traumatica

60

( 11,7%)

Cancro

52

(  10,1%)

Cateratta

37

(    7,2%)

Calcolo

34

(    6,6%)

Edema

32

(    6,0%)

Labbro leporino

18

(    3,5%)

Ernia

9

(    1,8%)

Polipo

8

(    1,6%)

Aneurisma

6

(    1,0%)

Corpo estraneo

2

(    0,4%)

 

256

( 49,9%)

Tumori*

94

(  18,3%)

Ulcera

31

(    6,0%)

Fistole

36

(    7,0%)

Deposito,

 

 

Ascesso

26

(    5,1%)

Cancrena

21

(    4,1%)

 

208

( 40,5%)

Varie

49

(    9,6%)

Totale

513

(100,0%)

* I tumori includono anche i seguenti tipi: congestione, gonfiore, cisti

 L’operazione importante che più spesso veniva eseguita sembra fosse la litotomia. Se non altrimenti definita, la faille (incisione) significava l’incisione dei calcoli alla vescica. L’Hòtel-Dieu assegnava una stanza separata a queste operazioni già dagli anni ’40 del secolodiciassettesimo, anche se pochi chirurghi erano in grado di eseguire alla perfezione il grand appareil e nonostante mancassero gli strumenti (38). Le operazioni venivano eseguite due volte l’anno, durante la stagione temperata, in primavera e in autunno, e era abbastanza comune che venissero operati dai dieci ai quindici pazienti in una sola seduta. Spesso vi assistevano folle indisciplinate nonostante gli sforzi degli amministratori dell’ospedale per evitare che le operazioni diventassero degli spettacoli pubblici (39). La mortalità dovuta algrand appareil all’Hòtel-Dieu oscillava di anno in anno fra il 20 e il 30% (40).A questo punto, dovrebbe essere chiaro che il numero di interventi chirurgici gravi era modesto negli ospedali parigini.Anche all’Hótel-Dieu, il centro più importante d’Europa nel settecento, lagrande chirurgie sicuramente non era un evento quotidiano. E, se possiamo fidarci delle osservazioni di Quesnay che il grosso del lavoro avveniva negli ospedali di Parigi, la quantità di interventi eseguiti altrove in città sembra davvero scarsa. Dalla scarsità di domanda di grande chirurgia, segue che ben pochi chirurghi potevano guadagnarsi da vivere con questo tipo di lavoro, forse dieci o dodici chirurghi parigini, a detta dei leader dellaprofessione.(41) Tuttavia, verso la metà del secolo, il Collegio di Chirurgia di Parigi contava trecento specialisti, più un numero uguale di chirurghi “privilegiati’ che avevano il diritto legale di praticare |la professione, per non parlare dei loro concorrenti illegali.Come sopravvivevano questi chirurghi, più migliaia di altri loro colleghi nelle province?

 Piccola chirurgia

 

La chirurgia minore forniva una quantità significativa di lavoro. Il trattamento di lesioni, ferite, ascessi, ulcere esterne e simili occupava molti chirurghi di città e dava ancora più lavoro nell’ambiente militare. Anche la prevalenza di malattie veneree offriva mezzi di sussistenza a molti chirurghi; La Peyronie stesso era divenuto ricco con questi mezzi (42).L’ernia, secondo Arnaud,affliggeva almeno il 10% della popolazione povera di sesso maschile e costituiva la causa operatoria più comune dopo gli infortuni di guerra e le malattie veneree. Arnaud affermava di aver visitato una media di oltre cento pazienti con ernia alla settimana, quando esercitava a Parigi e più di ventimila nel corso della suacarriera (43). La cura dell’ernia senza far ricorso a un’incisione, grazie a manipolazioni esterne, locali e cinti erniari rientrava nei casi della chirurgia minore. Una quantità di altre malattie “esterne”, incluse malattie agli occhi, infezioni urinarie, malattie ai denti, e il campo in espansione dell’ostetricia e delle malattie femminili, fornivano ai chirurghi ulteriore lavoro.

 Medicina interna, lavoro del barbiere  e salassi

 

Sebbene la petite chirurgie aumentasse sostanzialmente la mole del lavoro chirurgico, l’offerta di chirurghi era assai

superiore alla domanda dei loro servizi. La chirurgia, dichiarò un medico nel 1757, poteva dar da vivere a circa cento dei seicento chirurghi parigini.(44)1 principali chirurghi stessi accettarono la necessità di ridurre di molto il numero di praticanti. Auspicavano unassottigliamento dei ranghi, che presupponevano avrebbe avuto luogo come conseguenza della Dichiarazione del 1743, la quale aumentava i requisiti necessari a entrare a far parte della professione (45).Il numero di chirurghi laureati a Parigi si ridusse di circa un terzo fra la metà del secolo e il 1789 (46).Nondimeno, il lavoro di chirurgo vero e proprio rimaneva del tutto insufficiente a mantenere una professione a Parigi. La situazione divenne ancora più critica nei grossi centri di provincia come Lione e Bordeaux che seguirono l’esempio dellarapitale nel troncare i legami precedenti con il lavoro del barbiere. Altrove i chirurghi conservavano la vecchia qualifica di barbiere-chirurgo. Questa restava una necessità economica vitale, se non per la professione del chirurgo laureato stesso, certamente per i suoi assistenti e allievi (47). La misura in cui i chirurghi riuscirono a guadagnarsi da vivere (e a rimanere all’interno delle professioni mediche, senza imbarcarsi nel lavoro del barbiere,o in altri mestieri), era legata alla cura di malattie interne. La leadership chirurgica parigina riconosceva che una pratica del genere violava un ideale auspicabile, sancito oltre tutto dalla legislazione formale. Si difendeva tuttavia fermamente la professione medica svoltadai chirurghi come un espediente necessario, anche se infelice, per le necessità mediche dei francesi. I chirurghi lavoravano nei sobborghi di Parigi e di altre città come anche nei villaggi e in campagna dove non c’era praticamente nessun medico; le loro parcelle erano modeste paragonate a quelle dei medici. I chirurghi di campagna curavano le malattie semplici della gente comune con “rimedi semplici forse i migliori”.Per tutta la Francia, i medici protestavano aspramente per l’intrusione dei chirurghi nell’esercizio della professione medica. Gilibert di Lione  definiva come “l’anarchie medicinale’ una situazione in cui ichirurghi della seconda città della Francia si accaparravano il 90% del reddito totale prodotto dall’esercizio della medicina interna (48). Chiaramente l’argomento di utilità sociale sostenuto dalla professione chirurgica, che forniva prestazioni mediche necessarie ai poveri, era in gran parte un tentativo di giustificare la loro pressante necessità economica di lavorare su più casi di quanti le sole malattie necessitanti un intervento chirurgico offrivano.Come abbiamo visto, tali malattie non potevano dar da vivere a una professione vasta e altamente stratificata. Qualche dozzina di chirurghi d’elite di Parigi e piccole congreghe nei capoluoghi di provincia fornivano all’Accademia di Chirurgia la maggior parte delle sueosservazioni cliniche (49). Meno di dieci specialisti, in tutta Parigi, ricevevano modesti stipendi come primari di chirurgia nei maggiori ospedali; i restanti chirurghi ospedalieri lavoravano in cambio di compensi che assicurassero sopravvivenza, esperienza e prospettive per il futuro. Un pugno di importanti chirurghi

ricevevano piccoli stipendi dal governo e dal Collegio di Chirurgia come professori, dimostratori, e per vari incarichi pubblici.(50) Alla metà del secolo, il primo chirurgo del rescriveva ottimisticamente che la professione offriva a giovani intraprendenti l’opportunità diguadagnare una fortuna “sufficiente” se non “brillante” e sottolineava l’esistenza di circa cento posti stipendiati nella capitale.(51) La maggior parte di questi probabilmente erano per medici di fiducia presso nobili casati. Per la vasta maggioranza di chirurghi privi di salario, ottenibile solo attraverso protezioni influenti, la regola era una concorrenza spietata, fra loro stessi, con i medici, i farmacisti, e spesso e volentieri con i “ciarlatani”. Di fronte allaconcorrenza di questi ultimi, spesso chirurghi girovaghi e guaritori religiosi di ambedue i sessi, diverse comunità chirurgiche di provincia si sciolsero durante la seconda metà del secolo diciottesimo. Talvolta neanche il lavoro di barbiere e la flebotomia, vero cavallo di battaglia del chirurgo di paese, del dottore itinerante, del medico militare, o di Parigi, riuscivano ad assicurare lavoro al giovane chirurgo. Le realtà del mercato obbligarono laprofessione chirurgica francese a cedere sul principio immortalato nell’Encyclopédie al prezzo di tanta fatica: l’esistenza di una sfera autonoma di lavoro chirurgico e di malattie chirurgiche. Ironicamente, fu proprio il successo della professione nel definire la chirurgia in termini di conoscenze e pratiche specialistiche e nell’ottenerne il riconoscimento pubblico a innescare la propria distruzione in quanto gruppo professionale vasto, unito e altamente stratificato, comprendente professionisti a livelli diversi di esperienza, capacità e condizione sociale.Creata durante la prima metà del secolo diciottesimo per conquistare l’indipendenza dalla professione medica, la definizione di

chirurgia nell’ambito di specifiche malattie aiutò a conseguire quest’obiettivo strategico e creò una certa coerenza intellettuale.Ma, come abbiamo visto, quando si trattava del loro lavoro, rimanevano valide vecchie nozioni per cui i chirurghi venivano considerati medici di second’ordine e anche  classe media contestarono questa concezione estensiva della loro professione, secondo la quale un chirurgo di paese, per quanto poco preparato, era pur sempre meglio di nulla. Alla vigilia della Rivoluzione il consenso professionale era in gran parte venuto meno. Di pari passo con quella della stessa monarchia, l’autorità del primario chirurgo si era erosa. I chirurghi d’elite rifiutavano la loro precedente leadership, e si univano ai loro rivali professionali del passato, i medici, nel condannare l’incompetenza dei chirurghi di più basso livello.

 

Toby Gelfand

Traduzione dall’inglese di Alba Vivante Akwei Titolo originale :”Chirurghi dei lumi” pubblicato su Kos 1,febbraio 1984 pp.51-71

 

Toby Gelfand, Ph.D., è Associate Professor presso la prestigiosa Hannah Chair of thèHistory of Science dell’Università di Ottawa, Ontario. E’ autore di numerosi saggi pubblicati nel “Bulletin of the History of Medicine”, nel “Journal of the History of Medicine”, e nella “Revue d’histoire moderne et contemporaine”. Ha pubblicato di recente il volume”Professionalizing Modern Medicine. Paris Surgeons and Medical Science and Institutions in thè 18th Century”, Westport 1980.

 

(1) Académie de Paris, Archives de l’Académie Royale de Chirurgie ( AARC), Carton 37.

(2) “Paziente”, Dictionnaire de l’Académie Francaise, Nimes 1778: “criminel condamnè par la justice et livré entre les mains de l’Exécuteur… on appelle figurément patient, celui qui est entre les mains des chirurgiens,qui font sur lui quelque opération douloureuse”; Jean Verdier, La Jurisprudence de la Médecine en France, Alencon 1762,Vol.I pp. 610-11.

 (3) “Anatomia “, Encyclopédie, ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts, et des métiers,Paris 1751, Voi. I, pp. 409-410.

(4) Cours d’Opérations de Chinirgie, 8a ed.,Parigi 1782, pp. 217-218; George Arnaud,Mémoires de Chirurgie, London 1768, Voi. II,p. 700, notò che la vista di un tavolo operatorio”a quelquefois inspiré tant d’horreur, à certains Malades, qu’on en a vu refuser de se soumettre à l’opération”.

(5) Histoire de l’Académie Royale des Sciences 1785, Paris 1788, p. 43.

(6) “Liens”Encyclopédie, 1765, Vol. IX, p. 490;Vedi Mémoires de l’Académie Royale deChirurgie (MARC), Paris 1743, Voi. I, p. 298.

(7) Gabriel Mareschal de Bièvre, Georges Mareschal, Plon, Paris 1906, pp. 164-165;Ronald Grimsley, Jean D’Alembert, Clarendon Press, Oxford 1963, p. 288; Antoine Louis, “Eloge de Foubert”, 1768, Eloges lus dans les séances publiques de l’Académie Royale deChirurgie, ed. Dubois d’Amiens, Paris 1859,p. 126 (Eloges ARC):Maurice Mével,Chirurgiens dijonnais au XVIII siècle, Lyon 1902, p. 39.

(8) Boulet, “Observation sur un cancer occult au sein, guéri par l’amputation” Journal deChirurgie, II, 1 792, p. 211; Derregaix,”Amputation de l’avant-bras, nécessitée par les suites d’une entorse du poignet”ibid, p. 335.

(9) AARC, Carton 36. Il ventinovenne venne all’Hòtel-Dieu a causa della sua paura di “unemort prochaine”. In casi di grave stasi
urinaria, un’operazione poteva salvar la vita.Tuttavia il dolore sembra esser stato il fattore decisivo nel decidere i pazienti a sottoporsi a operazioni chirurgiche importanti. Ferrandriporta il caso di un conciatetti che aspettò quasi un anno dopo essersi fatto una ferita grave a una gamba, complicata da un grosso”tumore “, prima di venire ali Hotel-Dieu. Ferrand amputò alla coscia: “opération que le maladie exigeait et que le malade sollicitaitvivement à cause des douleurs atroces quii éprouvait”AARC.Carton 58

(10) “Académie Royale de Chirurgie”, Tableau de Paris, Amsterdam 1783, Voi. V, pp. 97-104, esp. p. 99.

(11) “Mémoires de l’Académie de Chirurgie”, Tableau de Paris, Voi. IX, pp. 112-117;”Médecins”, ibid, voi. II, pp. 57-60; “Société
Royale de Médecine”, ibid, Voi. II, pp. 60-62.

(12) “College de Chirurgie”, Tableau de Paris, Vol. Vili, p. 75.

(13) Vedi Peter Gay, Thè Enlightenment: An Interpretation, Voi. 2, Thè Science of Freedom, Knopf, New York 1969, pp. 12-23.

(14) “Première lettre d’un citoyen zélé, qui n’est ni chirurgien ni médecin à M. de M(orand)…16 dec. 1748”, in Correspondance, a cura di Georges Roth, Paris 1955, Voi. I, pp. 59-71

(15) Antoine Louis,Dictionnaire de Chirurgie,communique a l’Encyclopedie.Paris 1772,2 Vol,pag.540

 

(16) Vedi Guy Besse, “Aspects du travaii ouvrier au XVIII siede en France”, in Essays onDiderot and thè Enlightenment in Honor of Otis
Fellows, a cura di John Pappas, Droz, Genève pp. 71-88.

(17) Recherches critiques et historiques sur l’origine, sur les divers états et sur les progressde la chirurgie en France, Paris 1 744, pp. 23-24

(18) Jean Goulin, “Chirurgie”, Encyclopédie méthodique: Médecine, Paris 1792, Voi. IV, p. 815, Vedi anche Eloges ARC, pp. 164, 194-195, 199, 299-300.

(19) “Eloge de M. Bordenave” Histoire de l’Académie Royale des Sciences 1782, Paris 1785, pp. 78-79.

(20) Due importanti scienziati criticarono l’Accademia di Chinirgia su queste basi. Vedi E. Hintzsche “A.V. Hallers ‘Prospectus d’un dictionnaire universel de médecine’ in Gesnerus,XXIII, 1966, p. 51; Xavier Bichat, “Description d’un nouveau trépan”, Mémoires de la société Medicale d’Emulation, //, / 799,pp. 277-280. Sulle divergenze all’internodell’Accademia, vedi Dubois d’Amiens, Eloges ARC, XXII1-XLI e AARC Cartons 4,9,11.

(21) Vedi H. Ingrand, Le Comité de Salubrité del’Assemblèe Nationale Constituante (1790-91), Thèse de médecine, Paris 1934. I chirurghi protestarono violentemente contro la loroposizione inferiore con numerose petizioni inviate all’Assemblea Nazionale nel 1 790-91.Vedip.es. quelli dei chirurghi di marina a Brest. ANAD Vili, 33, AD VII, 37.

(22 )”Discours sur le perfectionnement de la Médecine opératoire, pendant le XVIIl siede”,Séance publique de l’Ecole de Médecine de
Paris du 24 Vendémiaire, an 10 [1802], Paris, 1802.

(23) I contributi di Jean-Louis Petit (1674-1 750) includevano studi sui tumori alla cistifellea,sulla cateratta, la rottura del tendine d’Achille, aneurismi, il meccanismo della coagulazione, e il controllo dell’emorragia durante un’amputazione a mezzo di una pinza emostatica.

(24) Zachary Cope, William Cheselden Livingston, Edinburgh 1953.

(25) Il seguente è basato su Dionis, Cours d’Opérations, pp. 239-249: Martin Lister, A Journey to l’aris in thè Year 1698, London 1699, nuova ed. University of Illinois, Urbana1967, pp. 236-240; James Douglas, Thè History of thè Lateral Operation, London, 1726; Vacher, Histoire de Frère Jacques, Besancon 1756; “Taille” Encyclopédie, Neufchàtel 1 765, pp. 846-856.

(26 )Bibliothèque de l’institut (Paris), MS 1 797, “Relation d’un voyage en Angleterre auxfrais de l’Académie des Sciences en 1 729 pour perfectionner les recherches sur la taille de M. Cheselden”; S.F. Morand, “Eloge de Cheselden”, MARC, III, pp. 112-114.

(27) S.F. Morand, “Recherches sur l’Operation de la Taille”, in Opuscules de Chirurgie,Paris 1772, Voi. II, pp. 120-125.

(28) AARC, Canon 37; MARC, III, 623-656; Eloges ARC, pp. 112-113.

(29) Mareschal, Georges Mareschal, pp. 498-501.

(30) Gelfand, PMM, pp. 63-67.

(31) Louis, Eloges ARC, pp. 107, 193, 322-323.

(32) Gelfand, PMM, pp. 6-8. La retorica nei saggi di lode inviati all’Accademia di Chinirgia testimoniano l’ideale di una professione cosmopolita, allo stesso tempo unita, centralizzata, e gerarchica. Vedi p. es.AARC, Carton 51, pièce 97.

(33) Gelfand “Thè Origins of a Modern Concept of Medicai Specialization: John Morgan’sDiscourse of 1 765”, Bulletin of thè History of
Medicine, L, 1976, pp. 511-535.

(34) “Chirurgie”, Encyclopédie, Vol. Ili, pp. 350-352

.(35) Francois de Paule de Combalusier, La subordination des chirurgiens aux médecins,démonstrée par la nature des deux professions et par le bien public, Paris 1 748; Antoine Petit, Discours prononcé aux Ecoles de Médeeine pour l’ouverture du cours de chirurgie,Paris 1757, pp. 11-12.

(36) Gelfand “Thè Origins of a Modern Concept of Medicai Specialization”, pp. 529-535: vedi p. es., il punto di vista di Bichat sull’interdipendenza della medicina e della chirurgia “Discours preliminare’, Oeuvres chirurgicales de P.J. Desault, Vol. I, pp. iii-iv; “Cours de Médecine opératoire ou des opérations de chirurgie”. introduzione, MS alla National Library’ of Medicine, Bethesda. Maryland.

(37) Examen Impartial. pp. 20-21.

(38) Délibérations de l’Ancien Bureau de l’Hòtel-Dieu, a cura di Leon Brièle, (1656, 26 avril; 1659, 13 juin): Marcel Fosseyeux, L’Hótel-Dieu de Paris au XVII et au XVIII siede, Berger-Levrault. Paris 1912, pp. 295-299

(39) Délibérations de l’Hótel-Dieu (1679, n11 janvier; 1735, 3 mai).

(40) Morand, “Recherches sur l’Opération de la Taille”, p. 126. L’indice di mortalitàevidentemente migliorò più tardi nel scolo, dopo l’adozione del metodo laterale-12,5%all’ospizio del Collegio di Chirurgia (1 787-1 792), e 9,3% all’ospedale Lunéville (1 771-1788). AARC, Carton 37. Mancano statistiche per l’Hótel-Dieu di Parigi in questo periodo. Vedi Owen H. Wangestien et al “Lithotomy and Lithotomists: Progress in Wound Management from Franco to Lister” Surgery LXVI, 1969, pp. 929-952.

(41) Mémoire presente au Roy par son premier chirurgien, Paris 1749, pp. 32-34 (copia in BN 4°  T18 lèi, Voi V, pp. 408-458); Bibliotèque municipale de Metz, Louis MSS, M5 1320,Nouvelle liasse III, pièce I, (1765, 7 avril)

(42) Mémoire pour Louise La Peyronie (1 748) , f. 2 (copia in BNf FM 17307).

(43) Georges Arnaud, A Dissertation on Hernia or Ruptures, London 1 748, pp. XX-XIArnaud, Mémoires de Chirurgie, Vol I, V e Vol 2, appendix, p. 2. In un curioso saggio del1745 (AARC, Carton 15), Arnaud fece un’analisi dell’incidenza dell’ernia e del suo impatto sulla demografia del regno. Qui asseriva un’incidènza globale del 12,5%. Un’indagine successiva dell’incidenza dell’ernia fra i pazienti degli ospedali di Parigi mostrò: 7% (fra i soldati agli Invalides), 5,5% (adulti di sesso maschile al Bicétre), 3, 7% (fra le donne alla Salpétrière), 2% (bambini al Pitié)MARC, V, 885-559.

(44) Antoine Petit, Discours p. 18.

(45) Ménaoire presente au Roy par son premier chirurgien, Paris 1749, pp. 31-32, 43.

(46) Liste annuali dei nomi e degli indirizzi dei maggiori chirurghi di Parigi che apparivano sugli Almanachs royaux.

(47) Il connubio fra il lavoro di barbiere e di chirurgo continuò nelle città e nei centri piùpiccoli. Per esempio, nel 1768 il rettore del Collegio dei Chirurghi di Tolosa espressesolidarietà per i suoi colleghi di Rouen: “la chirurgie ne dégraderait point par le seul exercise de la rature qui d’ailleurs nepourrait ètre exercée que par les élèves étant chez les maitres ou leurs veuves” AD Seme Maritime 51] 258 (1 768, 24 décembre). Vedi anche T. Gelfand “From Guild to Profession: Thè Surgeons of France in thè 18th Century” in Texas Reports on Biology and Medicine, XXXII, 1974, pp. 121-134. spec.p. 130. Alcuni importanti chirurghi di Tolosa e di altre parti, comunque, rinunciarono formalmente a qualsiasi coinvolgimento con la pratica del lavoro di barbiere. AD Haute Garonne E 1152 (1 752, 1 mars).

(48) Gilbert, L’Anarchie medicinale,  Vol I. p. 357.

(49) Volume I del MARC (1743) contiene 180 contributi: 132 erano di chirurghi di Parigi. Un’ulteriore analisi mostra che 13 chirurghi scrissero un totale di 54 contributi e che tremembri dell’elite (La Peyronie, J.L. Petit e Quesnay) ne scrissero 42. Fra i 54 membridell’elite dell’Accademia (funzionari e membri del consiglio permanente), 31 o quasi il 60%dettero almeno un contributo mentre solo il 5% dei restanti 200 chirurghi principali di Parigi,dettero un solo contributo.

(50) “Vedi Gelfand, PMM, pp. 87-88, 101-102, 143.

(51) “ Mémoire presente au Roy par son premier chirurgien, pp. 31-32.

(52) Toby Gelfand, “Medicai Professionals and Charlatans. Thè Comité de Salubrité enquète of 1 790-91 ” in Histoire Sociale-Social History. XI, 1978,62-9

laicità


Giordano Bruno sullo sfondo del dibattito attuale sulla laicità

Michele Ciliberto

Bellinzona Sala del Consiglio Comunale 25 Marzo 2009

 

Il primo punto che dobbiamo cercare di chiarire è che cosa intendiamo per laicità. Per­sonalmente, credo che laicità significhi autonomia della ragione e del pensiero, e quindicritica del pregiudizio e critica della tradizione quando diventano un puro peso; criticadell’autorità quando si configura come autoritarismo. La laicità a me appare essenzial­mente un predicato decisivo del concetto di libertà, che si intreccia a quella che Bruno chiama lalibertas philosophandi: libertà del filosofare, libertà del riflettere. Intesa in que­sto modo, la laicità coincide con il pensiero moderno nei suoi punti più alti: penso per esempio a Kant; e non lo cito in modo casuale, perché fra Illuminismo e Rinascimento vi sono nessi molto stretti su cui mi soffermerò. In modo particolare vorrei rifarmi a un testo di Kant, Uscire dalla minorità«Uscire dalla minorità» significa assumere la ragione, l’ingegno a guida del proprio comportamento. Colui il quale rinuncia al proprio intellet­to, anche possedendolo sta nella «minorità». «Uscire dalla minorità» vuoi dire emanci­parsi: assumere coscienza del proprio intelletto, dell’autonomia del proprio intelletto e. della necessità di usare il proprio intelletto, se si vuole stare nella dimensione della liber­tà. Non si è liberi se non si èconsapevoli dell’autonomia del proprio intelletto, se non si rifiuta qualunque rapporto servile nei confronti di intelletti altrui. La servitù è la rinuncia all’autonomia del pensiero; la libertà èil riconoscimento dell’autonomia e della libertà del pensiero. Il rapporto fra Illuminismo e Rinascimento è estremamente forte proprio su questo tema: la costituzione di un’idea moderna di ragione, di individuo, di libertà. Non è una mia tesi, è una tesi degli Illuministi. In quel testo straordinario che è il Discorso pre­liminare all’Enciclopedia^, D’Alembert dice che l’Illuminismo ha dei padri e che i padri dell’Illuminismo sono nel Rinascimento; noi, continua D’Alembert, siamo i figli di quella storia; siamo il «sole» dispiegato di un’«aurora» che è nata tre secoli fa. Non è vero che gli Illuministi non avessero senso storico (questo è stato un mito storiografico). Gli Illu­ministi erano consapevoli di essere il momento culminante del processo moderno di costituzione dell’autonomia della ragione, il quale aveva avuto il suo punto di partenza nel Rinascimento. Questo dunque, a mio giudizio, è il concetto di laicità: laicità come libertà, come autonomia del proprio pensiero, come assunzione della propria responsa­bilità.

C’è attualmente un’espansione straordinaria dei fondamentalismi religiosi, una spor­genza della religione nella politica che non avremmo mai immaginato in questa forma. E ciò non avviene soltanto all’interno della religione cattolica. Le religioni in generale, l’Islamper esempio, hanno oggi un protagonismo politico straordinario, che incide sul terreno delicatissimo della costituzione delle libertà individuali e dell’autonomia di ciascun indivi­duo. Perciò ho accettato volentieri l’invito a intervenire in un ciclo intitolato oggiPrima­vera laica, perché a me pare che l’accezione appena delineata della laicità, che non si identifica con l’anticlericalismo, si trovi in un momento di grande crisi e di difficoltà.

lo non sono un anticlericale. Né credo che essere laici significhi essere anticlericali.Questa è un’interpretazione riduttiva della laicità: la laicità può essere anticlericale, ed è stata anche, in Italia, anticlericale, ma perché nel nostro paese la Chiesa di Roma ha svolto una funzione centrale nella vita politica, sia prima della costituzione dello stato nazionale, sia dopo. In Italia la Chiesa cattolica è stata, come dicono alcuni storici, una monarchia, la«monarchia pontificia», il che ha determinato un’accentuazione della cifra anticlericale nell’ideologia laica italiana. Ma non credo, lo ripeto, che siano identificabili laicità’ e ‘anti­clericalismo’. Sarebbe un’interpretazione riduttiva e povera della laicità. E sarebbe anche un modo di non cogliere la forza e la complessità della Chiesa. Personalmente ho sempre un atteggiamento critico, anzi di distacco, nei confronti di coloro che sulla Chiesa espri­mono un giudizio puramente negativo, di rifiuto, di condanna. Credo che la Chiesa abbia il compito di svolgere una propria funzione nella società civile, nel mondo, anche in Italia. Quello che a mio giudizio è contestabile alla Chiesa è il fatto che essa non si considera una parte della società civile, in campo insieme ad altre parti che confliggono fra di loro; la Chiesa si considera il tutto perché ritiene di avere la Verità. È qui che si apre il dissidio fra il laico e il credente clericale. Ma non tutti i credenti sono clericali: sarebbe un errore gravissimo ridurre l’organismo della Chiesa a un organismo compatto di clericali. Nonè così. La Chiesa ha svolto anche una funzione emancipatoria: ci sono grandi personaggi,anche della Chiesa di questo secolo (da Don Milani a Don Rosadoni, a Don Mazzolari, aRoncalli), che sono stati interpreti di una concezione della religione come principio di liber­tà. Nessun laicismo nel ragionamento che vorrei cercare di sviluppare: il laicismo puòdiventare, esso stesso, una forma di superstizione, quando la laicità da strumento perconseguire dei risultati diventa un valore assoluto, in sé.

Oggi c’è una crisi della laicità, se la laicità è l’assunzione del primato del principio dellaresponsabilità e della libertà dell’individuo, e se la responsabilità e la libertà dell’individuosono i due predicati della modernità che noi vogliamo conservare. Questa crisi non riguar­da solo la religione e la sua sporgenza nella politica come mai avremmo immaginato (basta pensare a quello che succede in Iraq, in Palestina, in Israele e via discorrendo); c’è una caduta del principio della criticità all’interno della politica. Cosa comporta dal punto di vista della criticità la crisi della partecipazione? Cosa significa la crisi della democrazia

rappresentativa se non il venir meno di quel principio di libertà e di autonomia individualeche è proprio della laicità che noi dobbiamo difendere?

È giusto ragionare della laicità in rapporto al Rinascimento, se siamo d’accordo su que­sto concetto di laicità come criticità. Perché la grande forza del Rinascimento è stata l’as­sunzione di un rapporto critico con il presente e soprattutto con il passato, attraverso lafunzione decisiva della filologia. La filologia rinascimentale, la filologia di Lorenzo Valla, di Erasmo da Rotterdam, di Angelo Poliziano, è stata il terreno costitutivo d’un atteggiamen­to critico nei confronti della realtà. Il lavoro filologico implica appunto l’allenarsi a un tipo di confronto con il passato imperniato sull’assunzione della criticità, della distanza fra pas­sato e presente e ciò determina sia un atteggiamento critico nei confronti del passato, siaun’idea più criticamente elaborata del presente. Del resto, quando Gentile e Garin parla­vano di Rinascimento e di Umanesimo dicevano che la filologia come atteggiamento cri­tico era stata «il proprio» della cultura umanistica e rinascimentale. La filosofia degli Uma­nisti èstata la filologia, cioè la capacità di leggere i testi, di individuarne le stratificazioni, di uscire appunto dalle favole, dai miti; è stata la capacità di avere uno sguardo critico sul passato e, attraverso il passato, su di sé. Con il concetto di ‘filologia’ il Rinascimento ha dato un contributo fondamentale alla costituzione del concetto moderno di laicità’. Ma bisogna distinguere tra filologia e filologismo! Come c’è differenza tra laicismo e laicità, così c’èdifferenza tra filologismo e filologia. C’è filologismo quando l’esercizio filologico non è più un mezzo, ma diventa un valore in sé, un valore finale. Diceva Bruno: quando diventa pedanteria. Quando la filologia diventa filologismo e pedanteria sfocia nell’oppo­sto della criticità, nell’affermazione del principio di auctoritas: il contrario di un atteggia­mento di carattere critico. Da questo punto di vista Bruno era d’accordo con Erasmo, autoredell’Elogio della pazzia che è lo smascheramento di tutte le forme di pedanteria. Esse sono l’opposto del principio di libertà, della libertas philosophandi. A conferma, tut­tavia, dell’importanza della filologia, dal punto di vista della costituzione della visione moderna della laicità, occorre ricordare che Valla ed Erasmo (Erasmo sulla scia di Valla) sono coloro che hanno lavorato all’edizione critica del Nuovo Testamento.

All’interno di questo processo, che è antico e lungo, sicuramente Bruno è uno dei grandi costruttori dell’idea moderna di libertà, della libertas philosophandi. Su questo punto, che èun punto di verità, i Massoni nella seconda metà dell’Ottocento inventarono il mito di Bruno martire del libero pensiero, di un Bruno massone, paramassone, cripto­massone. Insomma, Bruno difensore del laicismo, quello della statua di Ferrari, che impa­vido si contrappone ai suoi giudici, che non dissimula mai, che non si piega mai. Bruno, oggi lo sappiamo, non era così: aveva però fermo il principio che l’uomo, per essere libe­ro, deve affermare la propria libertà di pensare, l’autonomia del pensare. La Cena de le ceneri, il De la causa, principio et uno, il De l’infinito, universo e mondi sono tutti dialoghi che battono continuamente sul principio che l’uomo deve riuscire con le sue proprie forze a trovare la via della sua libertà. E per far questo si deve emancipare dalla consuetudine, dall’abitudine, deve assumere un atteggiamento critico nei confronti del ‘consenso popolare’. Quando molte persone convergono nello stesso giudizio non significa che esse abbiano la Verità; non è il numero che decide chi possieda la Verità. Il fatto che siano in molti a sostenere che il Sole gira intorno alla Terra, non vuoi dire che ciò sia vero. Il pro­blema della Verità non è quantitativo, ma qualitativo. Essa si sviluppa solo se l’uomo com­prende che si deve liberare dai ceppi dell’abitudine, della consuetudine, della tradizione, del «senso comune». Il «senso comune»non è una via alla libertà, così come non lo sono l’abitudine e la consuetudine di credere. Dice Bruno nella Cena: quando si vuoi formare un nuovo filosofo bisogna insegnargli anzitutto a liberarsi da tutte le idee che si sono depositate su di lui. Se vuole stare nella verità l’uomo deve riuscire a collocarsi da un altro punto di vista: di merito, accettando per esempio la posizione di Copernico; e anche di metodo, rifiutando qualunque accettazione passiva e supina dell’autorità. È il tema che arriva fino a Kant, come abbiamo visto.

Qual è il principio, dice Bruno (ed è questione che trasmette anche a Galileo), dell’in­vestigare? Perché un uomo si mette a ricercare? Si mette a ricercare quando assume che la cosa che vuole ricercare «sii, o sii possibile»2. Il primo gesto di libertà del filosofo èquel­lo di contrapporsi all’antica tradizione e di assumere che tutto ciò che l’antica tradizioneha considerato impossibile sia invece possibile. La libertà del fare è, in primo luogo, unalibertà intellettuale. Quella di Bruno è la stessa via seguita da Galileo. Galileo punta il can­nocchiale verso la Luna – aprendo una serie di scenari straordinari che arrivano fino a noi – perché ha ritenuto possibile che sulla Luna ci fossero delle macchie. È avendo immagi­nato questo che egli alza il cannocchiale trovando poi in effetti le macchie. Ma se fosse rimasto, per così dire, chiuso nella dimensione dell’empiria – dell”arsenale dei Veneziani’ -, come dicono tanti suoi interpreti, Galileo non avrebbe mai fatto quello che è il gesto rivoluzionario decisivo: puntare il cannocchiale verso la Luna. L’ha fatto perché si èlibe­rato del principio di autorità. In quel caso, dell’autorità aristotelica, l’autorità di Tolomeo.Tolomeo e Aristotele avevano detto che la Terra era il centro di tutto, che intorno ad essaruotavano i cieli e che le sfere dei cieli erano costituite da materia purissima e incorrutti­bile. Gli astri, pertanto, non potevano avere macchie e impurità. Qual è stata la grandezza di Galileo? Uscire dall’universo aristotelico e tolemaico; affermare che cielo e Terra sono all’interno di uno stesso processo e che la Luna non è affatto l’astro di cui parlavano Ari­stotele e Tolomeo, costituito di una materia diversa dalla Terra.

Galileo non cita mai Bruno; e Keplero, un grande scienziato, lo rimprovera per questo. Ma Galileo era preoccupato di citarlo, e non era il solo. Quando Bruno fu messo al rogo,contrariamente a quanto ci aspetteremmo, in Europa non ci fu un moto di ribellione ma un silenzio pressoché totale (per la paura suscitata dalla Chiesa di Roma, dalla Controri­forma, dall’Inquisizione). In molti però si fecero una domanda – la stessa di Keplero3 -di fronte alla sua morte. Se Bruno non credeva nel dio dei Cristiani, se non credeva nel­l’Inferno, perchénon ha mentito? Qual è il principio che gli ha impedito di mentire? Che cosa l’ha bloccato? Non aveva niente da perdere. Se pensava di non dover andare di fronte a un supremo tribunale, perché non ha ingannato i tribunali umani e salvato la pelle? Per un motivo preciso: Bruno si muoveva sulla scia di Pomponazzi. Ci si batte per

la verità in quanto valore in sé, non perché si sia retribuiti o puniti. È lo stesso ragiona­mento che fa Bayle a proposito di Vanini: perché si lascia squartare? Perché tìntile gli atei possono essere virtuosi, non soltanto i credenti, non soltanto i Cattolici, non soltanto i religiosi.Un’altra ragione del silenzio dei contemporanei su Bruno era il terrore dell’infinito. Noi oggi siamo abituati all’idea che l’universo è infinito e che noi siamo dettagli, parti minime nell’infinito. Nella Vita di Galileo di Brecht c’è un dialogo di Galileo con un suo giovanecollaboratore, il quale gli dice:

“Sono cresciuto nell’Agro Romano, figlio di contadini […]. Si son sentiti dire che l’occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso; che intorno a loro èstato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova reci­tando ciascuno la grande o la piccola parte che gli è assegnata. Come la pren­derebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un’astro,uno fra tanti, e neppure molto importante?”4

Ma questo non valeva solo per loro, valeva anche per Keplero. Quando Galileo scopregli astri medicei e dimostra che Giove e i suoi satelliti non sono un nuovo sistema solare, ma che rientrano all’interno del nostro sistema, esclama: «meno male, altrimenti avrebbeavuto ragione Bruno, che pensava a infiniti sistemi solari. E noi saremmo precipitati – con­tinua Keplero – nell’orrore dell’infinito»5. Erano questi gli elementi che spingevano anche grandi intellettuali europei come Galileo, come Keplero, a mantenersi lontani, a rimanere nel silenzio rispetto al rogo di Bruno.
Bruno d’altro canto – e su questo c’è accordo con Galileo – aveva costituito il principio dellalibertas philosophandi misurandosi con il testo religioso, con la Bibbia. Nella Bibbia si sostenevano cose che erano precisamente il contrario di quello che diceva Copernico e di quello che diceva Bruno. Per esempio, nella Bibbia si legge: «Fermati, o Sole»; oppure si dice: «II Sole sorge e il Sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà»6. NellaBibbia si sostiene di fatto che la Terra sia il centro dell’universo e che il Sole giri intorno alla Terra: si sostiene, appunto, il sistema geocentrico. Per questo Bruno si confronta diret­tamente con il testo sacro, servendosi anche degli strumenti della filologia e ponendosi questo tipo di domande: la Bibbia per chi è scritta? qual è il suo obiettivo? Dare agli uomi­ni la legge civile, le regole che garantiscano agli uomini medesimi di poter convivere fra loro. La Bibbia ha una finalità di carattere pratico e civile, non di carattere scientifico. Non bisogna chiedere alla Bibbia cos’è la natura; occorre chiedere alla Bibbia come gli uominidevono comportarsi. La Bibbia (ed è una battuta di Galileo) non spiega com’è il cielo: al
massimo spiega come si va in cielo7.

È questo il grande tema anche di Galileo. Quando Galileo scrive la lettera a Maria Cri-stina di Lorena, sostiene la stessa cosa. Anzi, fa addirittura un passo avanti: qualcuno potrebbe pensare che la scienza, essendo un fatto umano, non sia in grado di toccare la verità. Nonè così, dice Galileo. Gli uomini, quando si tratta di scienza, sono capaci di rag­giungere un livello di verità pari a quello di Dio; quando è in gioco la conoscenza della natura, il livello di verità che l’uomo è in grado di raggiungere è pari al livello di verità che è proprio della divinità. Libro della natura, affidato all’uomo, e libro della legge, libro sacro, che è libro di Dio, dal punto di vista della verità hanno lo stesso livello di profondità. Non c’è alcuna differenza: nel caso della scienza l’uomo comprende tutta la verità, fino in fondo; non c’ènessun discrimine.

Abbiamo ragionato del cannocchiale e delle macchie lunari. Nel processo di assunzione della responsabilità da parte di ciascuno nella ricerca della verità Bruno, come anche Gali­leo, privilegia soprattutto un senso; non il gusto, non l’olfatto, privilegia l’occhio. L’occhio è il luogo nel quale si compie il processo per cui l’uomo diventa padrone di sé e della real­tà. L’occhio rappresenta la libertà di osservare senza pregiudizi o schemi precostituiti, è la capacità di guardare la realtà. Questa è la via che porta alla libertà. L’occhio è il migliore di tutti i sensi. Esso ci porta lontano dalla credulità, ci fa vedere, oltre lo schermo della tra­dizione, la verità in sé e per sé.

Negli Articuli adversus mathematicos si sostiene che fra gli uomini non c’è alcunadistinzione: di razza, di colore, di sesso. Gli uomini sono tutti uguali, e sono tutti ugualiperché sono tutti figli della stessa materia. Da questo punto di vista, gli Indios – che ven­gono distrutti dai Portoghesi e dagli Spagnoli – per Bruno sono assolutamente come gliEuropei, e verrà un tempo, sostiene, in cui saranno loro a fare agli Europei quello che ora gli Europei stanno facendo a loro. Tuttavia, l’eguaglianza naturale degli uomini – il fatto che siano tutti figli della stessa materia, gli Europei come gli Africani, come i Cinesi – non toglie che essi possano farsi diversi. Si fanno però diversi con il loro merito, con le loro capacitàindividuali; la loro non è una differenza scritta nella razza, o nella specie. Dal punto di vista della razza, sono infatti tutti uguali. Gli uomini diventano diversi attraverso la loro attività: èla singola capacità che distingue un uomo da un altro, non la natura. Di più: dal punto di vista della materia, sia della materia spirituale sia della materia materiale, non c’è alcuna differenza fra l’uomo e l’animale: è una sola la materia universale. Da que­sta materia universale, e dall’unica materia spirituale, germinano sia gli uomini che i maia­li, sia le pecore che gli asini. Perciò Bruno sostiene la metempsicosi: lo stesso spirito può entrare in differenti corpi, sia di uomini che di bestie, senza alcuna differenza. Dal punto di vista della struttura materiale e della struttura spirituale, uomini e bestie sono assolu­tamente uguali. L’uomo è superiore alle bestie – per esempio al serpente, che lo sopra­vanza per intelligenza – perché dotato della mano. Questa è la radice del primato dell’uo­mo, la mano: l’uomo ha a disposizione lo strumento della mano. Mano e occhio: sono i due sensi che danno all’uomo il primato sul mondo e sulle altre creature; anche se è l’oc­chio, però, che coincide con la funzione di coloro che nella nave dello Stato rappresenta­no la libertà, l’autonomia, il principio di responsabilità.

Quando si parla di Bruno si ha sempre la tendenza (l’hanno avuta soprattutto i Mas­soni) a farne una specie di eroe del libero pensiero: Bruno va impavido incontro alla morte, accetta serenamente il proprio destino. Non è così. La battaglia per la libertà dei moderni, per la laicità come predicato della libertà dei moderni, è stata una battaglia dura e sanguinosa. Bruno gioca la partita con tutti i mezzi a sua disposizione. Quando nella seconda metà dell’Ottocento furono scoperti i documenti del processo veneto, grandi intellettuali italiani – per esempio Francesco Fiorentino – rimasero assai sconcertati e turbati quando lesserò che Bruno a Venezia aveva accettato di abiurare, fino a genu­flettersi. Se ne erano fatti una specie di statua, senza sangue e senza vita. Invece la gran­dezza di Bruno sta proprio nell’aver combattuto in modo energico fino alla fine per affer­mare le sue posizioni, anche ricorrendo alla dissimulazione. La dissimulazione non è simu­lazione. Dissimulare significa coprire, nascondere, e questo non è necessariamente un inganno. Bruno resta nelle carceri dell’Inquisizione ottanta mesi; e in tutti questi ottanta mesi combatte una lunghissima battaglia con un avversario infinitamente più potente di lui. La conduce benissimo, in modo quasi vittorioso (è una cosa che noi non sempre valu­tiamo): fino agli ultimi quattro, cinque mesi la partita è ancora aperta. Dalla riunione dellaCongregazione della Santa Inquisizione del 9 settembre del 1599 (Bruno viene bruciato il 17 febbraio dei 1600) risulta che i padri consultori e i cardinali inquisitori non erano ancora riusciti a ottenere da Bruno la confessione piena della sua eresia. Bruno a quella data non èancora convictus; in altre parole non era stata ancora pienamente dimostrata, come richiede il procedimento inquisitoriale, la sua colpevolezza. Cosa succede in quegli ultimi mesi; perché il processo si chiude in quel modo? Senza volerlo, in verità, è il papa,Clemente Vili Aldobrandini, a metterlo di fronte a un aut-aut: riconoscere la verità delle accuse acquisite fino a. quel momento, abiurando, oppure rifiutare di farlo; ma se rifiuta ècondannato a morte. È quasi un paradosso perché Bruno aveva puntato su quel papa (ècomplicato il rapporto fra Bruno e Clemente Vili). Ma messo di fronte a quel dilemma decide di rinunciare alla dissimulazione, dichiara di non avere niente di cui pentirsi, dice che non èpronto a pentirsi di nulla, che non capisce di cosa debba pentirsi. Accetta, cioè, di andare incontro alla morte. Perché? Sono state date spiegazioni di vario tipo: un crollo psicologico, la volontà di difendere in tutti i modi il libero pensiero. Credo ci sia anche una spiegazione più empirica. Proprio in quelle settimane Bruno apprende che l’Inqui­sizione di Vercelli èsulle tracce dello Spaccio de la bestia trionfante, uno dei suoi testi più radicalmente e totalmente anticristiani. Ora è possibile dissimulare quando l’Inquisizione non dispone di testi come questo; ma se comincia ad annusare l’esistenza di un dialogo nel quale si sostiene che Cristo è come un centauro, mezza bestia e mezzo uomo, che la Trinità è una follia, che l’incarnazione non ha alcun senso; quando può entrare in ballo, da un momento all’altro, un testo come questo, dissimulare diventa impossibile. Bruno avrebbe naturalmente potuto scegliere un’altra strada e pentirsi per davvero. Invece, quando arriva a questo punto, sceglie di andare avanti in modo intransigente: rovescia l’ordine della rappresentazione, trasformando i giudici in imputati e configurandosi, egli stesso, come il giudice dei suoi giudici. Va, quindi, con la lingua inchiodata verso il rogo, da grande combattente, respingendo l’immagine di Cristo, quel Cristo che ormai da molti anni egli percepiva come il suo vero nemico, l’avversario fondamentale, la radice dì tutti i suoi mali.

Il tema con cui mi piace chiudere il ragionamento è però quello con cui ho iniziato. Lalaicità, modernamente intesa, è criticità. Se è criticità è senso del limite, consapevolezza del limite. Una posizione non consapevole del proprio limite non è mai una posizione cri­tica. La criticità nasce dall’assunzione del limite della propria posizione. L’idea di limite è interna all’idea di laicità, e l’idea di modernità è connotata organicamente dall’idea di limite. Tutti i grandi autori del Rinascimento – Leon Battista Alberti, Giordano Bruno, Nic­colo Machiavelli, Pietro Pomponazzi – assumono l’idea del limite, ma in un modo assai originale e problematico su cui voglio richiamare l’attenzione. L’assunzione del limite non significa mai, per questi pensatori, ripiegamento. Machiavelli sa che l’uomo è limitatissi-mo, ma scrive la grande utopia del Principe; Francesco Guicciardini, che è uno straordina­rio filosofo morale, sa che il mondo è rovesciato e che in questo mondo Dio non è da nes­suna parte, ma scrive la Storia d’Italia; Michelangelo si sposta addirittura verso posizioni di tipo riformate (valdesiano-riformate) – tanto ha il senso dell’imperscrutabilità della volontà divina – ma dipinge la Cappella Sistina. Bruno è consapevolissimo del limite del­l’uomo, il quale in ogni momento può precipitare nella barbarie, ma sa anche che l’uomo, attraverso \’eroico furore,può farsi «occhio a tutto l’orizzonte» afferrando l’unità della realtà e sa anche che l’uomo, attraverso la magia, può entrare nei suoi processi naturali e costruire nuovi corsi, come un dio rispetto alla natura. È una dinamica, quella della cul­tura moderna, tutta costruita su questo intreccio continuo di sentimento del limite e di slancio verso l’ideale, verso il futuro, verso quello che ci conduce al di là del limite. In que­sta dialettica stanno la grandezza e l’originalità di questa cultura e la radice del concetto moderno di laicità.

 

1   J. LE ROND D’ALEMBERT, Discours préliminaire à l’Encydopédie, in La filosofia     dell’Illuminism Bari 1966, pp. 91 sgg.

2    Cena de le Ceneri, in G. BRUNO, Dialoghi filosofici italiani, a cura di M. Ciliberto, Milano 2000, p. 111.

3    Cfr. Immagini di Giordano Bruno, 1600-1725, a cura e con un’introduzione di S. Bassi, prefazione di
M. Ciliberto, Napoli 1995, pp. 13-16.

4    B. BRECHT, Vita di Galileo, Torino 1994, Vili, pp. 143-145.

5    J. KEPLER, Dissertano cum Nuntio Sidereo.

6     Ios 10,11;Ecl 1,5  

7    G. GALILEI, Lettera a Madama Cristina di Lorena, 1615.

 

MICHELE CILIBERTO

Allievo di Eugenio Garin, ha insegnato prima nell’Università di Firenze, poi in quelle diTrieste e di Pisa, dove ha diretto, dal 1996 al 2002, il Dipartimento di Filosofia. Dal 2002insegna alla Scuola Normale Superiore, dove è titolare della cattedra di Storia della filoso­fia moderna e contemporanea. Socio dell’Accademia dei Lincei, dal 1996 è presidentedell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento di Firenze, dove dirige con Cesare Vasoli la rivista «Rinascimento». Le sue numerose pubblicazioni spaziano dal Rinascimento alNovecento: // Rinascimento. Storia di un dibattito (Firenze 1975); Intellettuali e Fascismo.Saggio su Delio Cantimori (Bari 1977); Filosofia e Politica nel Novecento italiano (Bari1982); Pensare per contrari. Disincanto e utopia nel Rinascimento (Roma 2005). Ma i suoistudi si concentrano su Giordano Bruno, al quale ha dedicato numerosi saggi e del quale ha pubblicato opere sia italiane che latine. Si ricordano in particolare: La ruota del tempo.Interpretazione di Giordano Bruno (Roma 1986); Giordano Bruno. Il teatro della vita (Milano 2007) e i Dialoghi filosofici italiani curati per la Mondadori (Milano 2000). Attual­mente sta curando l’edizione critica dei testi latini per l’editore Adelphi. Al tema della lai­cità, infine, ha dedicato un’antologia di testi della tradizione italiana intitolata Biblioteca laica. Il pensiero libero dell’Italia moderna (Roma-Bari 2008).

 

 

Gentile concessione del Club Plinio Verda Salvioni Ed.pg 9-18

chiralità

Dalla chirurgia alla chiralità della natura

 

Spesso a rincorrere le parole si intraprendono avventure inattese .Le parole infatti hanno un loro peso ed una propria spesso lunghissima storia con intrecci affascinanti.Il termine “chirurgia” ,per esempio, contiene il suffisso chir dalle molteplici implicazioni storico-linguistiche.Chir- o Cheir-,infatti derivano dal termine greco xeir mano.E banalmente quindichirurgia è l’attività eseguita con le mani a fini clinici.Ma se indaghiamo piu’ a fondo nella radice della parola e nel mito che se ne è appropriato sin dalle origini ,scopriamo che da xeir deriva il nome di Chirone il centauro saggio e sapiente che allevò eroi e divinità quali Achille ,Giasone, Asclepio (o Esculapio nella tradizione latina) e che in tutta la cultura ellenica ha rappresentato l’azione curativa e le origini concettuali dell’atto medico, tra divino ed umano,teso ad alleviare le innumerevoli nostre sofferenze.Chirone oltre ad essere anch’esso un grande medico praticava la chirurgia,come il suo stesso nome lascia capire.E con lui entriamo nelle origini del lessico sanitario.Nella tradizione infatti Chirone era una presenza mitica benevola ,aiutava l’umanità con acque salutari,piante e miscugli,ma anche con atti chirurgici veri e propri(si veda la sostituzione dell’osso della caviglia di Achille).Asclepio,figlio di Apollo,educato da Chirone da parte sua aveva trasmesso agli uomini insegnamenti portentosi sconfiggendo una grande quantità di malattie ed era addirittura giunto a scoprire il modo per resuscitare i morti.Era stato tanto efficace da rischiare una primordiale crisi demografica.Tanto pericolosa da indurre Ade ,divinità della morte,a chiedere a Zeus un suo intervento riequilibratore.Zeus provvide tempestivamente fulminando Asclepio e trasformandolo in costellazione(quella del Serpentario).Maltus dubito conoscesse questo timore primigenio delle crisi da sovrapopolazione!Asclepio inoltre aveva due figlie non da meno :Igea da cui è derivata la parola Igiene e Panacea da cui il farmaco miracoloso per eccellenza.Per non dimenticare poi la mitica Scuola Medica degli Asclepiadi di cui Ippocrate fù il piu’ noto successoreIl suffisso all’interno del nome del mitico centauro quindi ci introduce davvero nella struttura lessicale del sapere a fini curativi e soprattutto chirurgici.Priorità del pensiero come si vede in ogni epoca ed alle radici della civiltà occidentale stessa.Certo oggi Ade qualche protesta sicuramente la riproporrebbe!

Ma se andiamo oltre scopriamo che tale suffisso è stato successivamente adottato da tutte le scienze che trattano lo spazio tridimennsionale quali la fisica ,la matematica e la chimica per descrivere una peculiare proprietà anche delle nostre  mani:la proprietà cioè di avere un’immagine speculare non sovrapponibile a sé stessa.Se le guardiamo con attenzione entrambe aperte ci accorgiamo infatti che l’immagine speculare dell’una non è sovrapponibile all’altra .E tutto questo perché hanno un verso,per distinguerle infatti ne definiamo una destra ed una sinistra.Posseggono cioè una propria chiralità e la preferenza della specie per il verso destro è tutt’oggi del tutto incomprensibile.Tale condizione si è poi scoperto essere una delle modalità strutturali dell’architettura della natura.Abbiamo così scoperto il principio costitutivo della Chiralità.Da quando Pasteur,infatti,davanti All’Accademia francese delle Scienze formulò l’ipotesi fondamentale che “l’univers est dissymetrique”la scienza moderna ha evidenziato con forza la chiralità dell’universo stesso.Dalla  scala atomica ,a quella umana ,sino alla scala del cosmo,si è dimostrato che la natura è chirale ,ossia mostra una preferenza o per la destra o per la sinistra.Di questa asimmetria ,che sembra universale,si stanno oggi cercando di comprendere le correlazioni profonde.

E qui chi piu’ ne ha piu’ ne metta:aminoacidi destrogiri o levogiri,cristalli che virano fasci di luce polarizzata in un verso o nell’altro,catene di DNA che formano spirali con senso di percorrenza,piante rampicanti che si attorcigliano intorno ad un tutore con un  verso predeterminato,buchi neri e galassie che formano gorghi cosmici verso destra o verso sinistra,funzioni matematiche ed equazioni che esemplificano questa condizione e che ci permettono di descriverla nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande.Per non trascurare il foro di scarico delle nostre doccie domestiche dove distrattamente vediamo formarsi il gorgo delle acque reflue che addirittura cambia verso al cambiare dell’emisfero…..ma qui le cose si complicano con l’asse di rotazione terrestre e Coriolì.E cito solo alcuni esempi.Non solo quindi la politica vira verso destra o verso sinistra ,ma il mondo stesso e con esso tutto l’universo.Chi l’avrebbe mai detto da due semplici mani!

Ma l’attenzione verso questo concetto derivato dalla parola chirurgia,e soprattutto verso l’attitudine di  pochi  ad osservare con acume e libertà le manifestazioni apparentemente scontate del mondo che ci circonda,mi è stata indotta da un grande maestro del pensiero scientifico e della Chirurgia, recentemente scomparso ,che decise di dedicare proprio a questo concetto la lezione magistrale di addio alla propria attività accademica.La suggestiva lettura magistrale che Luciano Lorenzini dedicò nell’ormai lontano 1990 a noi studenti,torna spesso nella mia mente insieme al rimpianto di  un pensiero scientifico-umanistico che talvolta non riesco piu’ a scorgere nella mia pratica clinica.

L’Editore 8/12/2012

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EBM……

Va bene EBM,ma…..

 

 

Sono passati ormai quasi 40 anni da quando Archie Cochrane,un epidemiologo scozzese,pubblicò nel 1972 il suo storico lavoro “Effectiveness and efficiency:random reflections on Health Services”.Da allora i concetti da lui stigmatizzati per una pratica clinica basata su prove di efficacia (evidence-based practice) hanno progressivamente permeato il mondo scientifico e tutti noi oggi utilizziamo nelle nostre relazioni scientifiche la metodologia e la nomenclatura introdotte da Sackett e Guyatt sin dal 1990.Nel 1992 apparve per la prima volta, in un articolo di Guyatt ,il termine “evidence-based medicine” EBM appunto.Da allora la rivista cult della metodologia medico-scientifica ,il British Medical Journal,ha sfornato periodicamente sintesi e linee guida EBM compatibili,le assicurazioni americane hanno atteso le nuove”EB guidelines” per sostenere l’uso dei nuovi farmaci e devices,sempre di piu’ in tutti i paesi avanzati le scelte politiche relative alla Salute Pubblica sono passate per questo importante vaglio.Siamo quindi finalmente giunti alla definizione di una strada sicura,prudente ed efficace per utilizzare vecchi rimedi ed introdurre nuove soluzioni.Studio prospettico-randomizzato-pluricentrico-in doppio ceco,revisioni con metaanalisi,livelli di evidenza IA sono divenuti per tutti noi sinonimo di razionalità e sicurezza.Usciamo,infatti, da 2500 anni di tentativi spesso irrazionali e nonostante i timidi tentativi metodologici di alcuni pensatori dell’antica Grecia , dell’antica Cina e soprattutto di Avicenna con il suo Canone dell’XI secolo,solo da qualche decennio ci siamo tuffati, finalmente, nella modernità metodologica anche in campo clinico.

 Il nuovo modello EBM generalmente accettato è quello introdotto da Haynes nel 2002 con l’introduzione del ruolo centrale dell’esperienza clinica nell’integrare il contesto clinico,lemigliori evidenze disponibili e le scelte dei pazienti.

 Ma la necessità di dover introdurre subito un nuovo modello rispetto all’originale del 1996 sottolinea un aspetto di distonia che già nella mia personale esperienza è emerso piu’ volte con forza e stupore negli ultimi 20 anni di pratica clinica.Proprio io, fautore di un metodo scientifico accettato da tutti,per di piu’ formato nell’amata Scozia ,da me adottata come patria  culturale,proprio io mi sono trovato a constatarne i limiti in almeno due svolte epocali alle quali casualmente mi sono trovato a compartecipare.Malgrado tutto rimango un convinto assertore dell’utilità dell’EBM ,cio’nonostante……..

 

Nei primissimi anni ’90 mi trovai,specializzando agli ultimi anni di corso,nella Glasow allora capitale della cultura e dell’innovazione,a vivere in prima persona la potente svolta tecnologica che avrebbe per sempre cambiato le strategie della chirurgia vascolare.Il gruppo che frequentavo presso il Royal Infirmary di Glasgow,infatti,stava collaborando in modo strettissimo a tracciare una strada che l’industria americana aveva già deciso di percorrere:la chirurgia endovascolare.La prima endoprotesi era già stata impiantata con successo nell’89 a BuenosAires da Parodi,Detrich a Scottsdale (Arizona)aveva preso il comando della cordata anglo-americana in questa nuova avventura e De Bechey aveva dato la sua benedizione;dall’altra parte dell’oceano come sempre francesi e tedeschi cercavano di dare un loro contributo originale.Io anglofilo da sempre ,tifavo per per gli anglo-americani ed in particolare per il caro Jonh Pollock ,padre di molta chirurgia vascolare di allora (clamp aortico di Pollock,graft protesico aorto-iliaco in dacron impregnato di gelatina,ecc.) e direttore appunto dell’istituto di Glasgow.Una amicizia nata per caso,bellissima.Da allora lo seguii in Scozia ed Arizona sino ai primi impianti in Europa,il resto è la storia che tutti conosciamo e che le società scientifiche europee ed americane custodiscono.In quella fase pionieristica però nessuno degli ingradienti necessari per una credibile EBM erano presenti:scarsissima esperienza clinica specifica (si consideri che le procedure erano in gran parte radiologiche e si vociferava della necessità di una novella “radiologia interventistica” perché a nessun chirurgo piaceva passare le giornate al tavolo radiologico!),evidenze scientifiche in letteratura pressoché nulle(qualche “case report”,nessun lavoro prospettico randomizzato),contesto clinico se possibile ostile (dati i costi),consenso del paziente discutibile (come sempre correlato alla capacità di convinzione del chirurgo).Se avessimo reso vincolanti i criteri EBM la chirurgia endovascolare non sarebbe mai nata.Fu allora una avventura incosciente?.No,sicuramente no.Sin dall’inizio ero assolutamente convinto che la strada era giusta e percorribile in relativa sicurezza.L’enorme preparazione dei chirurghi in gioco,il contesto scientifico di altissimo livello,la collaborazione senza limiti finanziari dell’industria resero possibile “lo sbarco sulla luna”senza aprire l’addome,incredibile!Poi vennero il nitinolo che cambia volume e lunghezza al cambiare della temperatura,la digitalizzazione delle immagini che permetteva di avere in tempo reali immagini 3D ed addirittura modelli solidi delle aorte da operare,sonde ecografiche endoluminali,amici e colleghi della mia età che ogni giorno inventavano qualche cosa di rivoluzionario in un clima scientifico che ritenevo irripetibile.Una vera sbornia di innovazioni e geni.Oggi molte delle procedure di allora sono state validate da metaanalisi di studi prospettici-randomizzati-in doppio ceco,altre sono risultate non del tutto valide.Ma la storia della chirurgia vascolare è comunque cambiata per sempre.

 

Sempre in quegli anni,mentre io mi occupavo di chirurgia vascolare,nel campo della chirurgia generale il chirurgo di Lione Philippe Mouret   veniva radiato dalla società francese di chirurgia per aver eseguito la prima colecistectomia mininvasiva laparoscopica (1987).Oggi chi non si sottoporrebbe ad una tale procedura universalmente accettata come gold standard?Anche in questo caso solo oggi l’evidenza scientifica è di tipo IA.E così è stato per i primi colon oncologici laparoscopici e più recentemente per i primi stomaci oncologici trattati in modo mininvasivo.Proprio negli anni della strutturazione del metodo EBM,l’innovazione è stata così repentina che i pionieri si sono dovuti muovere in assoluta solitudine.Come sempre nella storia della scienza!

Ed è in questo contesto esplosivo che per gli itinerari strani della vita agli inizi degli anni 2000 mi sono ritrovato a lavorare  nel contesto della chirurgia generale,nella mia piccola città natale,per la seconda volta al centro di una svolta epocale:l’applicazione della robotica alla chirurgia generale.Incredibile una cosa così grande in una città così piccola.In effetti la robotica era già da qualche anno utilizzata nelle chirurgie americane ma con procedure non standardizzate e non validate.Marescou aveva già eseguito la prima colecistectomia robotica trancontinentale con il paziente a New York ed il chirurgo a Parigi.Un grande innovatore,in quel momento in esilio nella mia città,era  pronto a verificarne applicazioni e limiti in contesti significativi della Chirurgia Generale.Forte della sua esperienza in chirurgia tradizionale e mininvasiva laparoscopica e toracoscopia ,iniziò un protocollo di “effectivness and safety” in ogni procedura di chirurgia addominale,toracica e vascolare maggiore.Ed iniziava nuovamente l’avventura.Ricordo l’emozione delle prime resezioni epatiche maggiori,delle prime duodenopancreasectomie,delle prime lobectomie polmonari.Tutte procedure mai eseguite prima ad addome o torace chiusi ,da nessuno,in nessuna parte del mondo!Ricordo anche che in Italia tutti ci consideravano pazzi chirurghi sperimentali,all’estero si respirava un mix di ammirazione e diffidenza,molte riviste internazionali non accettavano i nostri lavori scientifici faticosamente realizzati.Ma piano piano le cose sono cambiate,il nostro gruppo ha collezionato la piu’ importante e prestigiosa casistica al mondo,le riviste internazionali piu’ importanti hanno iniziato ad aprirci le porte,nessuno piu’ ci considera folli sperimentatori,Piercristoforo Giulianotti è divenuto cattedratico della prestigiosa University of Illinois in Chicago,sempre piu’ robot sono stati acquistati  ad uso clinico in Europa e nel mondo.Ma ormai anche questo è il passato.Oggi siamo  alla fase di evidenza clinica IA per la chirurgia robotica della prostata e probabilmente presto lo saremo anche per il retto basso e lo stomaco.Ma per 10 anni almeno abbiamo navigato a vista e che navigazione!

 

In questi 20 anni molte volte mi sono chiesto se era etico percorrere la strada in cui mi trovavo,e molte volte sono stato contestato,anche duramente.Molte volte mi sono chiesto se fosse necessario fermarsi mancando ogni minima prova basata sull’efficacia.Oggi penso che entrambe le modalità siano corrette e necessarie.Cio’ che fa la differenza è il contesto ambientale ed il gruppo in cui si lavora (proprio quella variabile legata all’esperienza chè è stata introdotta con tanta forza nell’ultimo modello EBM da Haynes).Si possono cioè intraprendere esperienze pionieristiche,spesso suggerite dalla grande industria,solo in contesti di eccellenza e questi oggi si possono concretizzare nelle sedi piu’ inattese in ogni angolo del globo,ma per divenire routinaria una procedura non deve solo essere fattibile e sicura ,ma anche utile ed economicamente sostenibile e qui l’evidenza EBM offre una metodologia di verifica insostituibile.Probabilmente domani scopriremo che alcune delle procedure endovascolari degli anni ’90 o di quelle robotiche degli anni 2000 non risulteranno così vantaggiose e verranno magari abbandonate a favore di altre piu’innovative ed economiche.Saremo però pressoché certi che ciò che ha superato il vaglio dell’evidenza clinica sia realmente utile ,facilmente ripetibile quindi sicuro e soprattutto sostenibile.

 

In sintesi l’innovazione richiede una dose di rischio e capacità di rottura che può essere assecondata solo in rari contesti di eccellenza,la standardizzazione di una procedura deve invece necessariamente essere validata dalle procedure EBM.Data la globalizzazione attuale,concludendo,non condivido sempre le scelte strategiche e di spesa condotte solo su criteri di evidenza clinica e sempre piu’ spesso sento importanti ricercatori di livello internazionale abbandonare intenzionalmente la strada dello studio multicentrico randomizzato……….Comunque spero di assistere(se mai ci sarà) alla terza svolta epocale della mia vita,quella degli anni ’10,in Polinesia!

L’Editore 8/12/2012

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